
Non c’è trionfo più duro di quella che sembra già scritto e invece si complica a ogni curva. Suzuka, 12 ottobre 2003: la Ferrari arriva in Giappone con tutto da difendere, Michael Schumacher non si sente al sicuro, ha nove punti di vantaggio su Kimi Räikkönen, il giovane che non conosce paura e che quel mondiale vuole strapparglielo fino all’ultimo giro.
La tensione è palpabile. La partenza è confusa, Schumacher si ritrova nel traffico e tocca Sato: il mondiale rischia di sfuggire per un dettaglio, come accade davvero solo agli uomini che vivono sul limite. Da lì in poi è una gara di sopravvivenza, gestita con lucidità più che con velocità.
Alla fine, l’ottavo posto in rimonta basta appena. Due punti di margine, null’altro tra lui e l’abisso. La Ferrari può festeggiare, Schumacher anche, ma senza il trionfalismo dei precedenti anni: è un successo di nervi, più che di gloria.
Con quel risultato arriva il sesto titolo mondiale, a superare Fangio ma senza tempo per goderselo davvero, perché la Formula 1 non si ferma mai — e chi vince sa già che dovrà ricominciare