
È il 29 novembre 1975 quando un Piper Aztec della Embassy Hill tenta l’atterraggio nel buio e nella nebbia su Elstree. A bordo c’è Graham Hill, due volte campione del mondo, l’uomo dei baffi più iconici della F1, tornato da un test privato a Paul Ricard con il suo giovane fenomeno: Tony Brise, 23 anni, considerato da molti il talento inglese del futuro.
La visibilità è pessima. L’altimetro inganna. Il velivolo sfiora gli alberi, poi impatta il perimetro dell’Arkley Golf Club.
Non ci sono sopravvissuti.
Oltre a Hill e Brise, muoiono anche Ray Brimble (team manager), Tony Alcock e Terry Richards (meccanici) e Andy Smallman (progettista). In un singolo istante, intera la Embassy Hill sparisce dalla F1: una delle ferite più profonde nella storia del motorsport britannico.
Eppure, ciò che Hill lascia al mondo non si spegne.
Perché Graham Hill non era solo un campione: era un personaggio unico, colui che aveva iniziato a correre tardi, senza soldi né contatti, portando in pista un carattere capace di trasformare ogni box in un teatro. L’uomo che scherzava sempre, che guidava come un chirurgo, che si reinventava dopo ogni caduta.
E soprattutto: il solo della storia ad aver firmato la Tripla Corona del motorsport.
Un traguardo inarrivabile ancora oggi, 50 anni dopo.
Molti ricordano la tragedia, ma pochi ricordano l’intento di quella serata: Hill stava lavorando a un progetto che doveva essere la via di ritorno per sé e la via di lancio per Brise. Una squadra piccola, artigianale, ma animata da un sogno enorme: riportare in alto un cognome che stava già preparando la strada al figlio, Damon, allora un ragazzo che quel vuoto avrebbe trasformato in una missione.
Cinquant’anni dopo Arkley, resta il silenzio di quella nebbia.
Ma resta anche ciò che la nebbia non può cancellare: la vita più britannica, elegante, ironica e combattiva che la Formula 1 abbia mai conosciuto.
Graham Hill, 1929–1975.
Cinquant’anni, e ancora unico.

Alle 15:11 di Sakhir, la Formula 1 si ferma. L’HAAS di Romain Grosjean attraversa la pista dopo un contatto con Kvyat, colpisce le barriere a 221 km/h e si spezza in due, infilando il rail come una lama. Poi, l’esplosione.
Una palla di fuoco.
Una scena che sembrava appartenere agli anni ’70, non all’era dell’ibrido.
Per 28 lunghissimi secondi, il mondo intero teme il peggio. E invece, dalla fiamma viva emerge una sagoma bianca: Grosjean che salta fuori, spinto dalla disperazione, con le mani bruciate e lo sguardo di chi ha appena attraversato l’impossibile. È vivo grazie a una catena di fattori: l’Halo che lo protegge dall’impatto, le cinture che resistono, il personale medico che arriva in corsa con il dottor Ian Roberts e Alan van der Merwe.
Grosjean racconterà che, dentro il fuoco, aveva pensato a tre cose: ai suoi figli, a sua moglie, e alla promessa che sarebbe uscito.
E lo ha fatto.
Quell’incidente diventa più di un miracolo: diventa la prova definitiva che decenni di norme, compromessi, discussioni e innovazioni non sono mai “troppi”. Ogni millimetro della scocca, ogni aggiornamento del casco, ogni decisione controversa come l’introduzione dell’Halo — tutto ha trovato senso in quei 28 secondi.
Il rogo del Bahrain 2020 ha cambiato la carriera di Grosjean, che non tornerà più in F1. Ma ha cambiato soprattutto la percezione collettiva della sicurezza moderna, mostrando quanto la F1 sappia imparare, evolversi, proteggere.
29 novembre non è solo il giorno di un incidente.
È il giorno in cui la Formula 1 ha guardato negli occhi la propria storia — quella del fuoco, del rischio e della morte — e ha dimostrato di saperla superare.