
A Montréal la Formula 1 vive una di quelle giornate che lasciano cicatrici difficili da dimenticare.
Nelson Piquet vince il Gran Premio del Canada con la Brabham-BMW, regalando al motore tedesco la sua prima affermazione nel Mondiale. Alle sue spalle arrivarono Riccardo Patrese e John Watson. Fu una vittoria importante, anche tecnicamente significativa, in una stagione già spezzata da tensioni, incidenti e lutti. Ma quel giorno non appartiene davvero a Piquet.
Appartiene al silenzio calato pochi istanti dopo il via, quando la Ferrari di Didier Pironi rimase ferma sulla prima fila. Il francese alzò il braccio per segnalare il problema, molti riuscirono a evitarlo, altri sfilarono tra paura e riflessi. Dal fondo, però, arrivò l’Osella di Riccardo Paletti.
Per lui era soltanto il secondo Gran Premio in Formula 1. Aveva 23 anni, ne avrebbe compiuti 24 due giorni dopo. Non ebbe il tempo di costruire una carriera, nemmeno quello di capire davvero se la Formula 1 sarebbe stata il suo mondo. L’impatto contro la Ferrari ferma fu violentissimo. Didier Pironi fu tra i primi a soccorrerlo, insieme al medico della F1 Sid Watkins. Poi le fiamme, l’attesa, i soccorsi, la corsa disperata verso l’ospedale. Paletti morì per le gravi lesioni riportate nell’incidente.
Quella di Montréal fu l’ultima fatalità di una serie molto ravvicinata, in anni in cui la sicurezza era ancora fragile, e in cui il coraggio dei piloti conviva con margini di rischio oggi difficili anche solo da immaginare.
Daniele Muscarella per formula1.it
LaPresse