1988

Detroit 1988: il capolavoro di Senna

Un pilota, mago dei cittadini, e una McLaren imbattibile: Ayrton Senna dominò il Gran Premio di Detroit dal primo all’ultimo giro, conquistando pole e vittoria con un vantaggio di oltre 38 secondi su Alain Prost.

Il tracciato urbano di Detroit era odiato dalla maggior parte dei piloti: caldo torrido, asfalto disastrato e curve insidiose. Ma Senna, proprio su questi circuiti, brillava: guidò con precisione chirurgica, mantenne un ritmo implacabile e gestì la gara in modo tanto dominante da permettersi un pit-stop per cambio gomme non necessario senza perdere la leadership .

Quella fu la sua terza vittoria stagionale e la sesta consecutiva per la McLaren nel 1988, un dominio tale da portare la MP4/4 – abbinata al suo talento – nella storia della F1 .

Quella fu l’ultima edizione del GP di Detroit in F1: condizioni troppo estreme e pista inadeguata convinsero la FIA e gli organizzatori a toglierla dal mondiale

 


 

2005

Detroit 1988: il capolavoro di Senna

Solo sei monoposto schierate sulla griglia. Le tribune gremite che esplodono in fischi. I piloti che si sfilano verso la pit lane prima ancora del via. No, non è uno scherzo: è davvero successo, al Gran Premio degli Stati Uniti del 2005 a Indianapolis.

Cosa accadde? Le 14 vetture equipaggiate con pneumatici Michelin si ritirarono per motivi di sicurezza. Dopo alcuni episodi di delaminazione nelle prove, la casa francese dichiarò che le sue gomme non erano in grado di affrontare in sicurezza la curva sopraelevata dell’ovale. La FIA rifiutò ogni proposta di modifica del tracciato (come l’aggiunta di una chicane), e il risultato fu uno dei momenti più imbarazzanti nella storia della F1.

In gara rimasero solo le due Ferrari, le due Jordan e le due Minardi, tutte gommate Bridgestone. Vinse Michael Schumacher davanti a Rubens Barrichello e a Tiago Monteiro, che celebrò uno storico podio con la Jordan.

Una giornata surreale, tra tensioni politiche, regolamenti inflessibili e una ferita profonda nel rapporto tra la F1 e il pubblico americano. Un promemoria di quanto questo sport possa essere affascinante, imprevedibile… e, a volte, incomprensibile.




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