Uno che sembra nato per essere raccontato in chiave epica: un uomo che ha sfidato limiti e tragedie e quelle che per altri erano impossibilità: tutto, pur di consegnare al mondo una delle più grandi squadre della storia del motorsport.
Frank Williams è stato una delle figure più straordinarie e rispettate della Formula Uno: un uomo che ha costruito un sogno, prima che un impero sportivo. Partendo da quel niente che (non) c'era dietro il sogno e continuando a lottare anche quando tutto sembrava remare contro.
South Shields, 1942: il ragazzino, venuto alla luce in una Gran Bretagna segnata dalla Seconda Guerra Mondiale, cresce tra collegi e difficoltà economiche.
Molto probabilmente avrebbe avuto l'ispirazione di aprire un pub, se un giro su una vecchia Jaguar assieme a un amico non avesse fatto germogliare in lui la passione per le auto da corsa.
Uno che sboccia alla mania per i motori in vecchie officine, tra casse di attrezzi usati, è un pazzo se solo pensa di poter arrivare alla Formula Uno: se poi dovesse riuscirci, è destinato a dominarla, cavalcando il destino come fanno i visionari.
Negli anni ’60 vive alla giornata: compra e vende vetture usate, o vecchi telai; corre quando può, dorme in officina. I debiti sono sempre più dei giri percorsi, all'epoca.

Nel 1969 fonda la "Frank Williams Racing Cars". Non ci sono capitali, tantomeno prestiti ai quali attingere. C'è soltanto una determinazione feroce. Con pochissimi mezzi, compra pezzi sparsi, assembla vetture improbabili e convince piloti, forse più pazzi di lui, a seguirlo.
I primi anni sono un continuo arrabattarsi: pochi soldi, tanti debiti, materiali di recupero, ma tanta voglia di dimostrare il proprio talento gestionale. Non è nato pilota, a prescindere dalle esperienze in pista: è fatto per gestire una scuderia.
La sua prima squadra è un regno fragile, costruito con il cuore e con il poco denaro che ha racimolato, ma è il suo regno.
Quando tutto sembra possa cominciare a quadrare, gli dei delle corse lo mettono alla prova: bilanci in rosso, auto poco competitive, più di un tradimento professionale. Lo mollano, in parecchi, proprio quando aveva cominciato a crederci.

Il vero salto avviene nel 1977, quando Williams unisce le forze con un ingegnere se misconosciuto di nome Patrick Head e crea la "Williams Grand Prix Engineering", intercettando partnership pubblicitarie di provenienza araba. Un visionario vede anche le cose con quarant'anni di anticipo.
È l’inizio di una delle scuderie più vincenti della storia del motorsport.
Sotto la sua guida, la Williams conquista nove titoli costruttori, sette titoli piloti, firmando vittorie con gente che risponde al nome di Alan Jones, Nelson Piquet, Nigel Mansell, Alain Prost, Damon Hill, Jacques Villeneuve.
Gli anni Ottanta sono la sua età dell 'oro.
In mezzo a un tale florilegio di successi, mentre la squadra diventa un modello di indipendenza e ingegneria, spesso capace di battere colossi sostenuti dalle grandi case, il gravissimo incidente stradale che nel 1986 lo rende tetraplegico. Quel giorno impara che il destino può spegnere un interruttore da un momento all'altro. Avrà modo di rifletterci di nuovo il primo giorno di maggio del 1994, a Imola. Non soltanto finisce su una sedia a rotelle, ma con la salute perennemente a rischio, secondo il monito dei medici. Per tutta risposta, continua a dirigere la scuderia per oltre tre decenni dopo l’incidente, sempre presente ai box. Sempre ostinato, lucido, appassionato.
Nel 2012 passa il timone alla figlia Claire, ma resta simbolicamente il cuore del team, dopo esserne stato il cervello. Il nome. Il padre.

Si spegne nel 2021, esattamente quattro anni fa: quel 28 novembre se ne va un uomo che da solo ha incarnato un capitolo intero della storia dell'automobilismo.
La sua storia resta quella di chi ha trasformato la fragilità in forza, la povertà in ambizione e la passione in una delle leggende più durature che abbiano consumato il battistrada dell'ambizione sull'asfalto della storia.