Guy Edwards, la dignità sotto il casco
30/12/2025 10:00:00 Tempo di lettura: 3 minuti

Passare alla storia dell'automobilismo ma...dalla porta della tragedia (sfiorata) altrui. Anche così si può essere ricordati, anche per questo non si annega nei trafiletti degli almanacchi.

Nato a Macclesfield, nel centro - nord dell'Inghilterra, il 30 dicembre del 1942, Guy Edwards è una figura particolare del motorsport britannico: non un fuoriclasse né un predestinato, ma uno di quei driver coriacei e coraggiosi, senza i quali la storia delle corse non sarebbe ben rappresentata.

Nato a Londra il 30 dicembre 1942, Edwards, cresciuto in un’Inghilterra che vive di velocità, officine e passione meccanica negli anni del rilancio economico e industriale post bellico.
Ancora prima del suo talento emerge la sua vocazione, nelle formule minori, compresa la particolarissima, artigianale Formula 5000. È uno di quelli che si distinguono più per costanza e intelligenza in gara che per exploit significativi.
Edwards dall'inizio degli anni Settanta si rivela concreto, tecnicamente colto, capace di sviluppare la vettura e di portarla al traguardo: qualità molto apprezzate in un’epoca in cui l’affidabilità è ancora tutt’altro che scontata. Nel 1974 arriva il debutto in Formula 1 con una di quei team meteora che costellano l'epoca: la piccola scuderia "Lyncar"; seguono poi esperienze con le monoposto dell'indimenticabile Lord Hesketh, quindi con la BRM, nome glorioso della Formula Uno, ma ormai in fase crepuscolare.

La sua carriera in F1 è breve e priva di risultati eclatanti: ventotto gare disputate, senza conquistare punti iridati. Ridurre il suo nome a un pugno di dati statistici sarebbe profondamente ingiusto. Irrispettoso. A parte il fatto che i risultati di un pilota dipendono da una somma di fattori, a cominciare dalla monoposto che si ritrova tra le mani, Il valore di uno come Edwards emerge soprattutto fuori dalle classifiche, in un contesto umano al cospetto di una disumana sofferenza; in un giorno e in degli istanti che per sempre segneranno la sua esistenza e quella di un altro pilota, in questo caso un dio delle corse: Niki Lauda.

È il primo di agosto del 1976, al primo giro del vecchio, infernale Nürburgring. Durante il terribile incidente che coinvolge Lauda, Edwards è tra i primissimi a fermarsi, a scendere dalla macchina e a correre verso le fiamme che avvolgono il Campione del mondo in carica, prigioniero della sua Ferrari. Insieme ad altri piloti, contribuisce in modo decisivo a salvare la vita dell’austriaco. È un gesto istintivo; è puro coraggio, che racconta più di qualsiasi podio chi sia davvero Guy Edwards. Non uno che cerchi di sentirsi eroe o, peggio, di essere considerato tale: un uomo, semplicemente, che mette la salvezza della vita altrui davanti alla proprie velleità in gara e a tutto il resto.

Dopo il ritiro dalle competizioni di vertice, Edwards rimane nel mondo delle corse come manager e mentore, lavorando con giovani talenti e mettendo la propria esperienza al servizio degli altri.

Il motorsport è un ambito agonistico dominato dall’ego dei protagonisti più di molti altri ed è anche naturale che sia così: per contrasto, la figura di un uomo come lui resta quella di un professionista discreto, profondamente umano, da tutti rispettato.

La vicenda di Guy Edwards, che oggi spegne 82 candeline come spense il rogo di quel giorno, è quella di uno dei tanti personaggi quasi “invisibili” nella memoria del grande pubblico delle corse, ma fondamentali per lo spirito autentico di un ambiente che ha sempre avuto bisogno di ciò che lui ha saputo incarnare: passione, solidarietà e rispetto. Soprattutto da "quel" giorno in poi. Proprio per questo la sua storia è così degna e meritevole di essere raccontata.


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