Sì, lo sappiamo: il circo sta per partire e i motori per rombare (si fa per dire, perché in realtà sibileranno); resta poco tempo per parlare d'altro, eppure a volte vale la pena. Le questioni che stanno ai margini non sempre sono marginali e gli insegnamenti, a volte, arrivano da chi non pretende di insegnare nulla a nessuno, perché bada soltanto a fare ciò che è giusto, o necessario. Come se fosse cosa di poco conto, riuscirci.
Ci vengono allora in mente le recenti vicende di Nigel Mansell e Carlo Vanzini: personaggi differenti, la medesima dignità.
Mansell, uno dei piloti più iconici per una generazione intera; tra i più performanti nella bagarre, tra i più divertenti in assoluto per il pubblico. Mette in vendita i suoi cimeli, che da soli rappresentano un capitolo intero di storia della Formula Uno, dopo una serie di vicissitudini legate al Covid in Gran Bretagna, alla chiusura della sua concessionaria e alla salute della moglie: la stampa, a cominciare dai tabloid, inizialmente ci ricama, ipotizzando addirittura problemi economici per il Leone d'Inghilterra, poi quando la storia emerge nei suoi aspetti reali il baffuto campione ne esce da gigante, al netto delle considerazioni sui vaccini che si possono condividere o no. Mansell dimostra di essere uno in grado di guardare ben oltre il cerchio elitario entro il quale carriera e guadagni lo avevano messo al sicuro. Dimostrando che come persona vale persino più di quanto valesse, ossia moltissimo, dentro un abitacolo da titolo mondiale.
Carlo Vanzini, nel momento della solitudine estrema, ossia quello che segue alla diagnosi d'una grave malattia - diciamo pure gravissima e con precedenti in famiglia - scopre di avere alle spalle un esercito di persone solidali, di estimatori della sua umanità, che non è detto che lo apprezzassero, prima, come telecronista, anche perché non si può piacere a tutti e nell'era dei social la critica è massimalista, non ammette sfumature. Fuori dalla retorica superficiale e bugiarda del malato come "guerriero" e del male da combattere - quando invece bisogna avere la fortuna di attraversarlo -, "Vanz" conquista con la dignità di chi è contento di uscire da una clinica dopo aver avuto una paura estrema; di chi si è misurato con un'apparenza stravolta dai segni fisici e dalle cure; di chi gioisce per la ritrovata capacità di fare una corsetta. E di tornare a ruggire al microfono durante le corse.
Due storie distanti che arrivano a toccarsi per un motivo comune: il pubblico, una parte del quale all'inizio prevenuto, che si inchina di fronte alla dignità di due uomini che non avevano previsto di rappresentare un esempio.