Ken Tyrrell, la leggenda del Boscaiolo
28/03/2026 21:00:00 Tempo di lettura: 4 minuti

Ken Tyrrell non era un uomo che cercava riflettori. Non aveva il carisma sfacciato dei grandi piloti né l’eleganza aristocratica dei magnati della Formula Uno. Era un costruttore, un uomo pratico, uno che si sporcava le mani con l’olio e le idee. E forse proprio per questo riuscì a cambiare il destino delle corse.

Negli anni ’60 gestiva una modesta squadra, poco più di un’officina con ambizioni più grandi delle sue possibilità. All’inizio non costruiva nemmeno le proprie auto: le comprava, le adattava, le portava in pista sperando che bastasse il talento dei piloti a colmare il divario con i giganti. Ma Ken non era il tipo da accontentarsi. Osservava, imparava, annotava ogni dettaglio. Sapeva che, prima o poi, avrebbe fatto il salto, fino a diventare uno dei "garagisti" considerati nemici, più che semplici avversari, da Enzo Ferrari

Il momento del destino arrivò con il berretto a quadri di un giovane scozzese dal volto serio e dallo sguardo imperturbabile: Jackie Stewart. Non era solo un pilota veloce; era meticoloso, intelligente, ossessionato dalla sicurezza. Insieme formarono una coppia improbabile ma perfetta: uno costruiva, l’altro interpretava la macchina come un violinista con il suo strumento.

Ken Tyrrell, la leggenda del Boscaiolo
Negli anni ’70, Tyrrell smise definitivamente di dipendere dagli altri e costruì le sue monoposto. Non erano le più belle, né le più potenti. Ma erano intelligenti. Erano pensate. Erano Tyrrell. E nel 1971 arrivò il primo trionfo: Stewart vinse il Campionato del mondo, e Ken, l’uomo dell’officina, diventò campione tra i costruttori.

La vera essenza di Tyrrell non era nella vittoria. Era nell’idea. Nella sfida continua ai limiti.

Nel 1976 presentò qualcosa che fece sgranare gli occhi a tutto il paddock: una Formula Uno con sei ruote. Non era una trovata pubblicitaria, ma una soluzione tecnica geniale. Quattro piccole ruote anteriori per migliorare l’aderenza e ridurre la resistenza aerodinamica. Molti risero. Alcuni rimasero scandalizzati. Ma in pista, quella macchina funzionava. Vinse anche un Gran Premio.

Ken Tyrrell, la leggenda del Boscaiolo

Ken non inseguiva l’approvazione. Andava a caccia di possibilità.

Gli anni passarono e la Formula Uno cambiò. Arrivarono grandi sponsor, tecnologie sempre più costose, squadre sempre più strutturate. Tyrrell rimase fedele a se stesso, forse troppo. Continuò a lavorare con mezzi limitati, a credere nell’ingegno più che nel budget. E mentre il mondo correva verso il futuro, lui sembrava appartenere a un’epoca diversa.

Ma chi lo conosceva sapeva che non era nostalgia. Era coerenza.

Fino alla fine, Ken Tyrrell rimase quello che era sempre stato: un uomo che credeva nelle persone, nelle idee semplici ma coraggiose, nel lavoro fatto bene. Non cercava di essere il più grande. Cercava di essere autentico.

Figlio di un guardiacaccia e di una cuoca, fu ingegnere di volo per la R.A.F. durante il servizio militare in tempo di guerra, poi per un po' di tempo commerciante in legname, esperienza che gli lasciò in dote il soprannome che sarebbe divenuto celeberrimo: "il boscaiolo". Nel '51 poté permettersi di cominciare a correre in Formula Tre, al volante di una Cooper. Pilota discreto e collaudatore meticoloso, alla fine degli anni Cinquanta capì che avrebbe ottenuto il massimo facendo correre gli altri per lui, come ebbero modo di sperimentare, oltre a Stewart, Cevert, Scheckter, Depailler, Peterson, Pironi, Alboreto...
In un mondo fatto di velocità, denaro e gloria, la sua vittoria più duratura consistette nel lasciare il marchio indelebile di un nome e di uno stile. Quando poté permetterselo grazie ai suoi meriti, cominciò a pensare in grande per duellare con i più grandi. 

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