Oscar Piastri è stato uno dei piloti più chiacchierati dello scorso anno. Lui è rimasto in vetta alla classifica del Mondiale per diverse settimane, e sembrava sulla giusta direzione per vincerlo, fino a che la stanchezza, la pressione o la mancanza di esperienza hanno fatto crollare il suo castello. Non per questo la sua stagione è da cestinare, dato che sono emersi molti aspetti del suo carattere e della sua guida che lo hanno fatto brillare ancora di più, rendendolo uno dei talenti favoriti per il futuro.
Per mesi, l'australiano è stato elogiato per la sua freddezza, per come avesse salda la testa sulle spalle. E in una recente intervista al podcast High Performance, parlando della sua vita e dei suoi sacrifici, ha fatto intuire come si siano sviluppati questi tratti. "Questa vita non è regalata, specialmente se non vieni dall'Europa. Mi sono dovuto trasferire nel Regno Unito a 14 anni. Ero giovane per fare quella decisione e ancora molto naive, pensavo solo all'aspetto di gareggiare contro i migliori del mondo. Poi mi sono reso conto che non avrei visto la mia famiglia molto spesso. Negli ultimi 10 anni saremo stati insieme per 7 o 8 mesi in totale, se non si contano i weekend di gara. Per i primi 6 mesi mio padre è stato con me, poi mi sono trasferito in collegio, e per un ragazzino stare tutto il giorno a scuola non era il massimo, ma mi divertivo a guidare. L'alternativa era tornare in Australia e guidare le Supercar lì, ma poi ho visto che i miei genitori potevano sostenermi sia moralmente che finanziariamente, e sapevo che avrei avuto modo di ripagarli sono se avessi fatto un bel lavoro, così mi sono sempre impegnato al massimo".
Sin da giovane, Piastri ha mostrato una maturità temprata anche dal suo percorso perchè, a differenza di altri colleghi, sapeva che la vita "reale" avrebbe potuto fare capolino per distruggere i suoi sogni. "A quell'età non credevo ciecamente che sarei diventato campione di Formula, quello è arrivato solo in Formula 2. Sapevo che c'era una differenza tra il mio sogno, la F1, e l'obiettivo, che era semplicemente diventare un pilota professionista, poco importava se fosse stato GT, Indycar o Supercar. Le chance della F1 erano molto poche e lo sapevo, mi sono fatto largo tra le categorie minori per avere il trampolino di lancio migliore possibile, o qualche opportunità in più, ma non pensavo solo a questo tipo di motorsport", ha raccontato ancora l'alfiere della McLaren.
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