A volte basta un gioco per aprire uno spiraglio diverso sul paddock. Patrick Dempsey, tra un set e un circuito, si è divertito a immaginare i piloti della Formula 1 lontani dalla pista, immersi in un mondo fatto di camici e corsie. Un gioco leggero, quasi improvvisato, che però finisce per rivelare qualcosa di più profondo senza mai dirlo apertamente.

Nel suo universo parallelo, Dempsey vede Max Verstappen come un pediatra:
«È davvero gentile e adora i bambini. È sempre stato molto dolce con loro… Pediatra. Sì, è proprio quello».
Poi passa a Charles Leclerc, che immagina tra fisioterapia e chiropratica:
«Probabilmente sarebbe un tipo da fisioterapia, tipo un chiropratico».
E arriva Lando Norris, che per lui oscilla tra due specialità:
«Lando Norris è un po’ come un dentista… o un chirurgo plastico».
Infine Oscar Piastri, che diventa immediatamente un veterinario:
«Sarebbe un veterinario. Oh, sì.»
Per Alex Albon, Dempsey non ha dubbi:
«Sarebbe un chirurgo. Sarebbe un chirurgo».
E quando arriva il turno del più giovane, Kimi Antonelli, l’immagine cambia tono:
«Frequenterebbe la facoltà di medicina. Starebbe sostenendo l’esame di ammissione. In questo momento sarebbe un tirocinante».
Il gioco è semplice, quasi infantile, ma funziona perché coglie un tratto nascosto: i piloti, dietro il casco, hanno un’umanità così definita da poter essere immaginati ovunque. E così, per un attimo, la F1 diventa un ospedale immaginario dove Verstappen cura bambini, Leclerc rimette in linea schiene, Norris sistema sorrisi, Piastri salva cuccioli, Albon opera con precisione e Antonelli studia per diventare tutto questo.
Un mondo parallelo che fa sorridere, ma che — come spesso accade nei giochi ben riusciti — racconta qualcosa di vero senza mai dirlo davvero.
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