Nel mondo delle monoposto junior, dove ogni errore pesa come un giudizio sul futuro, sempre più piloti cercano un vantaggio che non nasce dai cavalli o dall’aerodinamica, ma dalla testa. È qui che entra in gioco Elina Haukipuro, medico finlandese diventata una delle voci emergenti del coaching mentale nel motorsport. «Anche ai livelli più alti non tutto è perfetto come si pensa», racconta. Ed è proprio da questa consapevolezza che è nata la sua missione: aiutare i giovani piloti a restare lucidi mentre il mondo intorno accelera più veloce di loro.

Haukipuro non era destinata al motorsport. Si è formata in chirurgia spinale, traumatologia e ortopedia, prima di capire che voleva intervenire prima che i problemi si manifestassero. La medicina dello sport è stato il primo passo, poi la scoperta che in Formula 1 esistevano ruoli medici dedicati.
«Quando l’ho capito, è diventata l’unica cosa a cui pensavo», ricorda.
Il suo percorso l’ha portata al Mercedes F1 Team, poi alla Williams, e infine al lavoro diretto con i piloti. La sorpresa è arrivata una volta dentro il paddock: «Pensavo che a quel livello tutto fosse al top. Invece ho capito che l’allenamento mentale non è onnipresente come si crede».
Una mancanza che pesa, soprattutto in uno sport dove una decisione presa in un decimo di secondo può cambiare una carriera.
Oggi Haukipuro sta sviluppando un’app dedicata ai piloti junior, con l’obiettivo di rendere più accessibile un supporto che molti non possono permettersi. Perché nelle categorie propedeutiche, tra budget limitati e pressioni crescenti, il coaching mentale è spesso un lusso. Eppure, secondo lei, è proprio lì che serve di più: tra adolescenti che guidano vetture da oltre 300 km/h e vivono sotto una lente d’ingrandimento globale.
Haukipuro insiste su un punto che spesso viene dimenticato:
«Questi piloti sono adolescenti. Hanno ormoni, cambiamenti fisici, e noi li trattiamo come prodotti finiti».
In Formula 2 l’età media è di circa 21,8 anni, mentre in Formula 3 si scende a 18,8. E questi ragazzi guidano vetture da 620 e 380 cavalli, affrontano circuiti nuovi con appena 45 minuti di prove libere, come accaduto a Miami, e devono gestire due gare intense nello stesso weekend.
Il lavoro mentale diventa quindi essenziale: riformulare i pensieri negativi, riconoscere quando la mente si allontana dal momento presente, utilizzare tecniche di respirazione, radicamento, mantra ed esercizi fisici per riportare il sistema nervoso sotto controllo.
«Quando il corpo va in tilt, il cortisolo sale, l’adrenalina esplode. Bisogna imparare a riconoscere quei segnali e tornare a sé», spiega.
Il campione in carica di F3, Rafael Câmara, lavora con un mental coach da tre anni.
«Mi aiuta in tutto: nella preparazione del weekend e nella gestione di me stesso. È fondamentale nelle stagioni lunghe», racconta.
Il motorsport che Haukipuro ha trovato nel 2021 non è più lo stesso di oggi: l’attenzione mediatica è aumentata, la pressione è diventata più intensa e il coaching mentale si sta trasformando da supporto opzionale a strumento necessario per sopravvivere a un ambiente che chiede maturità immediata a chi, spesso, sta ancora imparando a conoscere sé stesso.
La storia di Elina Haukipuro mostra quanto il motorsport moderno sia cambiato: la velocità non basta più, servono equilibrio, lucidità e capacità di gestire un carico emotivo enorme in un’età in cui tutto è ancora in costruzione. La sua missione è semplice e radicale: dare ai giovani piloti gli strumenti per affrontare non solo la pista, ma anche sé stessi. Perché la strada verso la Formula 1 non passa soltanto dal talento, ma dalla capacità di restare presenti quando tutto intorno accelera.
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