Gunnar Nilsson - La velocità del male

Gunnar Nilsson - La velocità del male

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Cosa ci faceva, nel mondo delle corse, uno come lui? Uno svedese dal colorito bruno, dalla statura media, con una faccia che sarebbe potuta appartenere a un impiegato di banca, o a un farmacista, per dire. 

La Formula Uno della seconda metà degli anni settanta è una specie di set cinematografico, animata da folli, playboy e profili caratteriali antitetici. Lui non aveva né il distacco glaciale di Niki Lauda, né tantomeno le stigmate da ribelle e sciupafemmine di James Hunt. Era "soltanto" nato pilota, Gunnar Nilsson, che allo champagne e alle conquiste facili preferiva un salotto letterario con critici e scrittori, organizzato nella sua villa e che nelle interviste rivendicava l'importanza di stare accanto a sua madre, come fosse il più importante dei privilegi; lui, che da privilegiato aveva avuto i natali e il patrimonio ereditato dal padre presto scomparso, attraverso la florida azienda immobiliare di famiglia. Sono sempre esistiti i rampolli di casate ricche che hanno pensato, un giorno, di cimentarsi negli sport motoristici, quasi sempre elitari e dispendiosi; ma la maggior parte delle volte si è trattato di qualcosa di temporaneo, come uno dei tanti antidoti alla noia. Pochi sono diventati campioni, ancora meno sono stati quelli che tali lo erano sin dalla nascita. Gunnar Nilsson era nato campione, amava le auto come si amano le poche cose in nome delle quali si può rinunciare alla più comoda delle vite. 


Ci mise poco tempo - come se sapesse che il tempo non gli sarebbe bastato - a mettersi in luce nelle formule minori in patria e, in seguito, nella Formula Tre inglese, girando la Gran Bretagna a bordo di un furgone Opel e con un meccanico al seguito: tutto a sue spese, compresa la monoposto. Poteva permetterselo, certamente, come avrebbe però potuto permettersi tutti quegli sfizi e quei lussi che non ti fanno correre il rischio di sbriciolarti addosso a un muretto, o di restare imprigionato nell'abitacolo mentre le fiamme ti avvolgono. 

Velocissimo e deciso, chirurgico nelle traiettorie: prima ancora di maturare la convinzione di poter diventare campione - sarà Ken Tyrrell uno dei primi a predirgli un grande futuro - saranno gli altri a capire quanto lontano possa arrivare Gunnar Nilsson, al punto tale che, nel momento in cui si sta godendo la soddisfazione di essere approdato in Formula Due, la Formula Uno decide di volerselo prendere e la sua chiamata non prevede l'anticamera delle retrovie: lo scopre e lo ghermisce Colin Chapman, spietato e geniale manager della Lotus; uno che potrebbe scegliere i suoi piloti pescando nel gotha del volante. Ad intercedere per lui, Ronnie Peterson, connazionale e amico vero, fuoriclasse autentico e ormai esperto come tanti se ne trovano su una qualsiasi griglia di partenza dell'epoca. Anche Peterson è fra i primi a capire che Nilsson abbia le carte in regola per diventare in breve tempo "l'altro" grande vichingo del Circus. Sembrano essere una costante, le cose che accadono in fretta, nella vita di Nilsson, come se ogni cosa della sua esistenza debba bruciare le tappe. Poi accadrà che le divergenze tra Chapman e Peterson porteranno quest'ultimo lontano dalla Lotus e Nilsson si ritroverà solo ad apprendere la Formula Uno, lungo i circuiti del mondiale 1976, a bordo della Lotus 77, veloce ma strutturalmente fragile, dall'affidabilità di conseguenza limitata. Nel 1977 la casa inglese presenterà invece una monoposto destinata a fare epoca, anzi a inaugurarne una nuova: la Lotus 78, prima "wing car" a sperimentare l'effetto suolo nella massima formula e l'utilizzo delle cosiddette minigonne, che sigillano la vettura al suolo. È soprannominata anche "Black shadow", nera e sponsorizzata John Player Special, probabilmente la monoposto più bella che si sia mai vista su un circuito. È la stagione in cui Nilsson dimostra di aver intrapreso la strada che lo porterà a diventare un campione e, forse, un campione del mondo, perché è solo la mancanza di un poco di esperienza che ancora lo separa da quello status. Nel Gran Premio del Belgio del 1977, a Zolder, Nilsson è autore della prestazione perfetta, all'interno della quale incastona il sorpasso perfetto: quello ai danni di Niki Lauda, che lo condurrà alla vittoria. Sembra essere l'inizio di una storia importante; è, invece, l'avvio di un capitolo finale, da ogni punto di vista. 

Sparisce dai piazzamenti, sistematicamente si ritira, nella seconda parte di quel campionato, come se ci fosse qualcosa che non va. Qualcuno comincia a bollarlo come "meteora", nell'ambiente; la diagnosi è purtroppo molto più impietosa: Nilsson ha un tumore ai testicoli. Deve togliere il casco, rinunciando al contratto già siglato con la Arrows; deve letteralmente diventare un altro, in ogni senso: dopo un ciclo massacrante di radioterapia si ripresenta al Gran Premio di Gran Bretagna, a Brands Hatch, per passeggiare tra i box e parlare con i colleghi: via le guance quasi paffute, le lunghe basette tipiche dell'epoca; trenta chili in meno e uno sguardo tra speranzoso e sperduto, mentre gli altri si infilano i guanti in mezzo al frastuono dei pistoni. Vuole restare aggrappato a quella puzza e ai quei rumori, lo dimostra il fatto che, quando la debilitazione per le cure gli dà tregua, si allena a bordo di una BMW, perché un volante può essere anche un'ancora di salvataggio. 

Imbottito di antidolorifici, claudicante, si ripresenta in pubblico, in Svezia, per i funerali dell'amico Ronnie Peterson, morto a Monza, dopo l'incidente alla partenza del Gran Premio. È il settembre del 1978. Lui sfila dietro al feretro, portato da Lauda, Hunt, Fittipaldi e qualche altro campione. È come se, assieme a Ronnie, salutasse tutti anche Gunnar; è come se una nazione intera - che di fatto cancellerà il suo gran premio - spegnesse i motori in segno di lutto. 

Stringe i denti per il dolore, visto che ha rifiutato le dosi di morfina e le cure palliative, Gunnar Nilsson; stringe anche la mano della fidanzata Kristine, che gli è rimasta accanto fino all'ultimo, quando abbassa la visiera sul mondo, il 20 ottobre 1978, nella clinica londinese di Charing Cross. Ha fatto in tempo a vincere un gran premio di Formula Uno e a fondare un'associazione per la ricerca contro il cancro, che ancora si chiama come lui, che ha il nome di un probabile campione del mondo.

Chissà quale di queste due cose, così differenti, sia stata la più eroica. Nel dubbio, ci piace ricordarlo mentre, con un pennarello in mano e con l'espressione tra imbarazzata e divertita, accetta di firmare la maglietta di una procace tifosa, proprio all'altezza del seno. 

È stata la storia, breve senza però essere di passaggio, di Gunnar Nilsson, nato a Helsingborg, che un giorno sorpassò Niki Lauda; che non ebbe tempo di farci descrivere tutte le vittorie che sarebbero venute; che non aveva ancora compiuto trent'anni, come molti di quelli a cui il destino slaccia le cinture.


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storia f1 | gunnar nilsson | niki lauda | zolder 1977 |


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