2018

Dan Gurney

14 gennaio 2018. All American Racers annuncia che Dan Gurneyha guidato via verso l’ignoto con un ultimo sorriso”, dopo le complicazioni di una polmonite. È una frase che sembra scritta per un film, ma in realtà descrive bene l’uomo: elegante senza posa, competitivo senza rumore.

Gurney nasce a Port Jefferson, Long Island, figlio di un basso del Metropolitan Opera e di Roma Sexton; poi la famiglia si sposta a Riverside, California. Lì il ragazzo impara il volante come si impara una lingua: per strada, tra le curve e – raccontano – persino slalomando tra gli aranceti.

In Formula 1 è l’americano che non chiede il permesso all’Europa: 86 GP, 4 vittorie, 19 podi, 3 pole, 6 giri veloci e 133 punti. Ma i numeri spiegano solo metà del fascino. L’altra metà sta nel modo in cui correva e nel contesto: duelli con Clark, Surtees, Brabham, Hill, su piste che oggi sembrano leggenda (Nürburgring, Monte Carlo, Targa Florio).

E poi c’è il capitolo più “gurneyano”: Spa 1967, vince con l’Eagle-Weslake, un progetto nato in casa sua. È uno dei pochissimi piloti capaci di vincere in un’auto di propria costruzione.

Curiosità che vale come eredità: dopo Le Mans 1967 lancia (quasi per gioco) la tradizione dello champagne spruzzato sul podio; e a inizio anni ’70 il suo nome finisce perfino su un dettaglio aerodinamico, il “Gurney flap”, quella piccola linguetta che consente di guadagnare carico in pochi secondi. Non tutti lasciano una firma così.


 

1973

Dan Gurney

14 gennaio 1973: Roma. Nasce Giancarlo Fisichella. E se la Formula 1 fosse un romanzo, lui sarebbe quel personaggio che torna sempre nelle pagine emozionanti: magari non è il protagonista assoluto, ma senza di lui la storia perde spessore.

Tre vittorie, sì. Ma soprattutto tre modi diversi di vincere. La prima è la più “fisichelliana” in assoluto: Brasile 2003, Interlagos nel diluvio e nel caos. Per ore, giorni, sembra che il vincitore sia un altro, poi i conti tornano e la coppa cambia mano: a distanza, a freddo, con estremo ritardo. Vincere senza potersi godere subito il momento è una crudeltà sottile, che però racconta bene quanto spesso Fisichella sia stato lì…

Poi arriva il 2005: Renault, e quella vittoria a Melbourne che pare l’inizio di un’altra carriera. In un team che sta costruendo il suo ciclo vincente, lui fa la parte più difficile: essere veloce, utile, presente, mentre dall’altra parte del box cresce il campione che si prenderà la scena. E nel 2006, con 72 punti, chiude quarto nel mondiale: il miglior piazzamento della sua vita, spesso dimenticato perché non fa rumore quanto un titolo.

E infine l’immagine che, negli anni, è diventata simbolo: Spa 2009. Una Force India che nessuno si aspetta davanti, la pole che sposta l’aria nel paddock e per un attimo rimette in discussione le gerarchie. Non è solo “la qualifica della vita”: è la dimostrazione che, quando l’allineamento astrale ti concede una finestra, devi entrare senza chiedere scusa.

Quella pole, paradossalmente, apre anche una porta emotiva: pochi giorni dopo, con Massa infortunato, arriva la chiamata Ferrari. Il sogno di ogni pilota italiano, ma in una stagione complicata e con un’auto difficile da interpretare: il tipo di occasione che vale tantissimo anche quando non ti regala la favola perfetta.

Buon compleanno, Fisichella: la F1 ha bisogno come non mai di figure del tuo spessore, di storie come la tua. Quelle che non si riassumono in una riga, ma in una serie di “quasi”, di lampi veri, e di giorni in cui hai ricordato a tutti che il talento, se lo metti nel posto giusto, può ribaltare il copione.




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