
Non conta dove sei ora, se tutto il mondo ricorda dove e cosa sei stato. Quello nessuno potrà portartelo via. E lungo la scia lasciata da un solo uomo si è incamminato un popolo intero: i Ferraristi, sparsi ovunque, capaci di riempire le attese con una gloria trascorsa ma mai davvero passata.
Quando Michael Schumacher si sedette per la prima volta nell’abitacolo della Ferrari, i suoi due titoli con la Benetton erano ancora freschi, mentre l’ultimo mondiale della Rossa risaliva al 1979. Eppure lo aveva già capito: vincere è straordinario, vincere con la Ferrari è altro. È qualcosa che prescinde dalle epoche, romantico e persistente come certi amori che fanno sbiadire tutti gli altri. Per questo, per raccontarlo davvero, non servirebbe un avversario o un dirigente, ma un meccanico di Maranello, una cuoca, qualcuno che ogni mattina, salutandolo, sentiva di far parte di una storia più grande.
I numeri contano, nello sport più che altrove. Ma esistono casi in cui non bastano. Michael Schumacher è stato più grande dei suoi cinque titoli mondiali con il Cavallino, più delle vittorie, delle pole, dei giri veloci. Ha battuto i campioni del suo tempo e quelli che sembravano appartenere al futuro. E quando quei record sono stati superati, tutti abbiamo sentito il bisogno di precisare che “quelli di Michael erano un’altra cosa”. In quella frase vaga c’è un intero universo di emozioni, di dominio percepito, di grandezza che va oltre ogni almanacco, con tutto il rispetto per Lewis Hamilton e per chi verrà.
Dal GP di Spagna 1996 a quello della Cina 2006, settantadue vittorie hanno accompagnato un mondo che cambiava, mentre sul gradino più alto del podio continuava a brillare la stella polare della tuta rossa.
La Ferrari non avrà mai un marito, perché ha milioni di amanti. Ma se mai dovesse scegliere il suo sposo ideale, tra profumo di benzina e alettoni, sussurrerebbe un solo nome.
Buon compleanno, Michael.