2008

il NO di Michael Schumacher

Jean Todt racconta che Michael Schumacher aveva rifiutato l’offerta di diventare team manager della Ferrari. Non per mancanza di stima, né per disinteresse verso la squadra con cui aveva costruito un’epoca. Semplicemente perché non ne sentiva il bisogno.

"Michael era il candidato ideale, ma ha rifiutato. Se fosse diventato il Direttore della Gestione Sportiva, sarebbe stato necessario un impegno al 100%. Gli ho chiesto se fosse pronto a farlo e lui ha risposto onestamente di no."

Todt è netto: Schumacher era il candidato ideale. Nessuno conosceva la Ferrari, il suo metodo, le sue dinamiche interne meglio di lui. Nessuno aveva incarnato così a fondo l’idea di squadra, di disciplina, di lavoro quotidiano. Eppure la risposta fu un no.

Anni dopo, lo stesso Schumacher spiegò il motivo con una lucidità disarmante. Guardava Jean Todt, presente a Maranello ogni giorno, anche nei fine settimana, totalmente assorbito dal ruolo. E si fece una domanda semplice, quasi brutale: “Ne ho davvero bisogno?” La risposta fu altrettanto semplice: no.

Non è una rinuncia qualsiasi. È la scelta di un uomo che aveva già dato tutto. Schumacher non aveva bisogno di restare al centro, di occupare una poltrona per confermare il proprio peso specifico nella storia Ferrari. Aveva già vissuto anni in cui la Formula 1 non era un lavoro, ma una missione totalizzante. E sapeva cosa significava.

Quel rifiuto racconta anche altro: la consapevolezza che certi ruoli non si onorano a metà. O ci sei, ogni giorno, fino in fondo, oppure è meglio farsi da parte. Schumacher capì che non era più il tempo di vivere Maranello come Todt lo aveva fatto. E scelse di non forzare una seconda vita che avrebbe tradito la prima.




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