
Nel giorno del compleanno di Lewis Hamilton vale la pena tornare su una storia arcinota e, al tempo stesso, non così conosciuta. Soprattutto da un certo momento in giù. Perché tutti guardano l’arrivo, i numeri, i record. E invece qui conta il punto di partenza.
Prima dei titoli, prima della Formula 1, c’è un ragazzino che dormiva su un divano. Da quando i genitori si erano separati, e da quando le condizioni economiche erano diventate ancora meno confortevoli di quanto fossero prima. Il padre, Anthony, di origini caraibiche, non era certo un signore ricco: non riusciva a sbarcare così bene il lunario e non poteva garantire al figlio di onorare con facilità una passione per la quale sembrava nato.
All’inizio, i giri con i gokart non sono nemmeno “carriera”: sono un modo per stare accanto al padre, per restare legati dopo la separazione. Poi arriva la scoperta del talento. E arriva anche – inevitabile – la prima discriminazione: non essere ricco in uno sport che richiede fondi, mezzi, trasferte, meccanici. E poi c’è la seconda, ancora più semplice da dire e più scomoda da accettare: la pelle nera. Nel mondo delle corse, in Formula 1, prima di Hamilton non c’era mai stato nessuno come lui. Due volte discriminato, quindi: perché non ricco e perché nero.
E poi ce n’è una terza, che spesso si sottovaluta: quella che scatta quando vedono padre e figlio di pelle scura, di estrazione sociale non elevata, dannarsi l’anima per inseguire il sogno di uno sport da ricchi. È lì che qualcuno ti dà dello scemo. È lì che il sogno viene trattato come una follia. Eppure Anthony Hamilton quella follia la asseconda con una fatica che oggi è quasi impossibile immaginare: quattro lavori, anche di notte, in officina, da facchino, da factotum, qualsiasi cosa pur di mantenere viva quella fiammella.
A dodici anni Lewis ha già vinto un campionato inglese di karting. È lì che gli mette gli occhi addosso Ron Dennis, e lo contrattualizza all’interno della McLaren. Ma attenzione: neanche lì diventa un “raccomandato”. Diventa uno che può finalmente gareggiare ad armi pari, quanto a mezzi e possibilità, con il 99,9% di ragazzi che quelle possibilità se le erano potute permettere sin dalla nascita. Lui no. Lui sapeva bene cosa volesse dire il sacrificio.
Ed è qui che, nel secondo video, avevi ragione a voler toglierti qualche sassolino dalla scarpa contro i luoghi comuni. Perché si è sentito dire più di una volta che Hamilton sarebbe “un fighetto”, uno che non reggerebbe il confronto con i campioni di un tempo “con pelo sullo stomaco”. Questa, detta così, è una grandissima stupidaggine: basta andare a ritroso e guardare esordi, origini, infanzia, difficoltà.
Poi c’è l’altro luogo comune: “è fortunato”. Anche qui: la fortuna, se non è proprio una forma di talento, di certo non è un demerito. È una dote che i più grandi sanno cavalcare. E quando la ripeti venti volte – strategie, meteo, scelte azzeccate – forse capisci che non può essere solo Gastone, il cugino di Paperino. Se sei “fortunato” tante volte di fila, probabilmente la fortuna non è la voce principale della tua carriera.
E allora sì: possiamo discutere dei paragoni fra epoche, e dei sette titoli, e del confronto con Schumacher. Ma è un gioco dialettico fine a sé stesso. Ognuno è figlio del proprio tempo: se no dovremmo dire che Jim Clark, con quelle monoposto “squali senza pinne”, era per forza il più grande di tutti. Lasciamo perdere le proporzioni storiche: sono indimostrabili.
La cosa più grandiosa di Hamilton, oggi, non sono i numeri. È sempre il momento della partenza. È il primo scoglio giovanile superato, quando a chiunque altro poteva sembrare una cosa da matti. È il fiore che è germogliato prima ancora di sbocciare. E una volta avuti i mezzi, ha dato la paga a tutti: di categoria in categoria, fino alla Formula 1. E sì, ha combattuto con grandi avversari: in squadra con Rosberg, nelle gare con Alonso, e più avanti con altri ancora.
Per questo, nel giorno del suo compleanno, il punto non è “quanto valgono” i suoi titoli rispetto a quelli di un altro. Il punto è ricordarsi da dove è partito: da un punto di partenza che per mille, un milione di altre persone, non sarebbe stato neanche un punto di partenza. Avrebbero mollato subito. Si sarebbero considerate impossibilitate perfino a sognare. Lui e suo padre, invece, prima hanno sognato. Poi hanno realizzato.
Chapeau. E buon compleanno, Lewis Hamilton.