
6 ottobre 1973, Watkins Glen. È il giorno delle qualifiche, e per Francois Cevert dovrebbe essere solo un altro passo verso la consacrazione. Ha davanti un futuro radioso, una carriera che lo attende. Accanto a lui, come sempre, c’è Jackie Stewart, il mentore, l’amico, il campione che lo ha scoperto e che, in segreto, ha deciso che quella sarebbe stata la sua ultima gara in Formula 1. L’uno pronto a partire, l’altro pronto a chiudere il cerchio. Ma il destino, quella volta, aveva già deciso di fermare entrambi.
Poco prima di salire in macchina, Francois si sente male, forse per gli antidolorifici presi dopo l’incidente del gran premio precedente. Jackie gli raccomanda di affrontare il tornante più insidioso del tracciato in quarta, per rendere la vettura più stabile. Francois, come fanno i figli quando è il momento di affrancarsi, sceglie la terza. Poi abbassa la visiera, accende la Tyrrell numero 6 e parte. Dodici anni di conservatorio, ma una nota stonata.
Alla curva destra del “Glen” succede tutto in un istante: la monoposto tocca il cordolo, scarta, si ribalta, finisce contro il guardrail. Le lamiere la avvolgono, la schiacciano. Il casco tricolore è rovesciato, immobile. È l’immagine che nessun pilota vorrebbe mai vedere. Jackie arriva subito dopo, rallenta, riconosce il blu della vettura, il casco, e capisce che non c’è più nulla da fare. Non guarda nemmeno i commissari che si agitano: sa che l’amico non c’è più.
Cevert muore a 29 anni. Stewart decide di non prendere il via il giorno dopo, fermandosi a 99 Gran Premi. Quel centesimo, che sarebbe stato il suo addio, lo dedica a lui, al ragazzo che aveva preso sotto la sua ala e che doveva raccoglierne il testimone. Così finisce un’epoca, quella in cui il coraggio e la bellezza convivevano sul filo del rischio.
Oggi Francois Cevert è ancora lì, nel blu profondo della sua Tyrrell, con lo sguardo rivolto verso l’alto, come in quell’ultima immagine. Non ha avuto il tempo di invecchiare, e forse per questo rimane immortale: un giovane pilota, un musicista del vento, che corre ancora, da qualche parte, tra le note e l’asfalto.