
Il 10 novembre 1965 nasce a Newtownards, in Irlanda del Nord, Eddie Irvine, uno dei personaggi più schietti e autentici che abbiano calcato il paddock della Formula 1. Arrivato nel Mondiale solo nel 1993, dopo una lunga trafila tra Formula 3, F3000 e un passaggio in Giappone, Irvine si costruì la reputazione di pilota concreto, veloce e poco incline ai formalismi, qualità che gli aprirono le porte della Jordan e, successivamente, della Ferrari.
A Maranello approdò nel 1996, con un ruolo chiaro: spalla di Michael Schumacher nel progetto di ricostruzione del Cavallino. Ma dietro quel ruolo da “secondo”, c’era un pilota capace di cogliere opportunità quando si presentavano, e il 1999 ne fu la prova più grande. Con Schumacher fuori per infortunio, Irvine divenne improvvisamente il numero uno della squadra, vincendo quattro gare e arrivando all’ultimo appuntamento in lotta per il titolo mondiale contro Mika Häkkinen.
A Suzuka, però, il sogno sfumò: un errore ai box nella gara precedente, il clamoroso pasticcio del cambio gomme a Sepang, e qualche difficoltà nel tenere il passo della McLaren nel finale di stagione lasciarono al finlandese il titolo per soli due punti. Resta però l’immagine di un pilota tenace, istintivo, con un carattere difficile ma sincero, che seppe incarnare — anche solo per una stagione — la speranza della Ferrari prima del trionfo dell’era Schumacher.
Dopo il Mondiale sfiorato, Irvine chiuse la carriera con la Jaguar, regalando al team di Milton Keynes i suoi unici podi. Lontano dai circuiti, si è dedicato agli affari immobiliari, mantenendo però quel tono diretto e ironico che lo ha sempre distinto. Un personaggio forse sottovalutato, ma autentico come pochi.