1946

Emerson Fittipaldi - GP Abu Dhabi 2021

Da dove viene il talento? Nessuno lo sa. E dove può arrivare? Ovunque, anche con l’oceano di mezzo. “Emmo” probabilmente non se lo chiese: lo mise in pratica. Quando alla fine degli Anni Sessanta arrivò in Inghilterra dal Brasile, per correre in Formula Ford, aveva già vinto la Formula Vee in patria, dopo essere passato dalle due alle quattro ruote seguendo il fratello Wilson.

Formula Ford, Formula 3, Formula 2… tutto in poco tempo, con gli occhi di Colin Chapman addosso e i sedili delle sue Lotus sotto il sedere. Dimostrava talento anche quando non vinceva, “Emmo”, che altri chiamavano “rato”, topo, per via della dentatura sporgente.

A metà 1970 è già sulla Lotus di Formula Uno: Chapman vuole una terza vettura per aiutare Jochen Rindt nella conquista del Mondiale. “Emmo” si mostra subito all’altezza, tanto che dopo la tragedia di Monza, con Rindt ucciso in qualifica, sarà lui a proteggere il vantaggio del compagno. Dopo due gran premi saltati dalla Lotus in segno di lutto, a Watkins Glen vince la gara, neutralizzando le velleità di Ickx e Ferrari.

Un’altra Monza, due anni dopo: la Lotus è nera e oro JPS. Dopo una serie di successi e piazzamenti, miscelando prestazioni eccelse e calcoli raffinati, “Emmo” è campione del mondo a venticinque anni. Mai un iridato così giovane; il record cadrà solo con Alonso, trentatré anni dopo.

Nel 1973 subisce l’inattesa concorrenza interna di Ronnie Peterson, tensione che incide sul Mondiale e favorisce Jackie Stewart. “Emmo” lascia la Lotus per approdare in McLaren, con una monoposto, la M23 Cosworth, che sembra profilata su di lui. Dopo un campionato in equilibrio con Clay Regazzoni e la Ferrari, gli eventi finali riportano i due a pari punti fino al duello di Watkins Glen: Ferrari penalizzata dalle sospensioni, McLaren quarta, titolo a “Emmo”.

Dopo l’ultimo successo a Silverstone 1975, accetta il sogno del fratello: nasce la scuderia brasiliana Fittipaldi, sponsorizzata Copersucar. Un’esperienza pionieristica, povera di punti ma non fallimentare, che durerà fino al 1980 (poi Skol Fittipaldi Team).

Riprende a correre nel CART dal 1981: vince il titolo nel 1989 e due volte la 500 Miglia di Indianapolis (1989 e 1993). Pochissimi hanno eguagliato i suoi risultati nei due mondi delle ruote scoperte.

Smette solo nel 1996, dopo un brutto incidente in Michigan.

Compie oggi gli anni Emerson Fittipaldi, “Emmo”: il primo brasiliano ad avvicinare il suo popolo alla Formula Uno.


 

2021

Emerson Fittipaldi - GP Abu Dhabi 2021

Sono passati diversi anni da quella notte, da un grido spezzato nella radio della Mercedes, diventato colonna sonora di un finale che nessuno avrebbe mai potuto scrivere così tragicamente:

“No, Mikey, no!”

Il 12 dicembre 2021 non fu soltanto l’ultima pagina di un mondiale: fu una frattura, un terremoto emotivo, un istante che cambiò la percezione di ciò che è giusto, di cosa dovrebbe essere la Formula 1, di quanto un regolamento possa piegarsi, o spezzarsi, sotto la pressione di un titolo mondiale da assegnare.

Hamilton aveva dominato quel pomeriggio.

Dalla partenza aggressiva in curva 1 al controllo totale del ritmo, la sensazione era quella delle grandi giornate: l’ottavo titolo era lì, a portata di mano, quasi già scritto. In molti, in quel momento, si limitarono a trattenere il fiato aspettando l’inevitabile: un altro capitolo nella leggenda di Lewis.

Poi, la Safety Car.

E subito dopo, l’inspiegabile: la decisione di far sdoppiare solo alcune vetture, non tutte. Una scelta mai vista, mai prevista, mai realmente contemplata dal regolamento. E fu lì, in quell’istante sospeso tra la norma e l’interpretazione, che Max Verstappen vide aprirsi una finestra tanto stretta quanto decisiva.

Quando la gara ripartì con un solo giro da percorrere, Hamilton era un passeggero della storia.

Verstappen, con gomme fresche, lo fulminò in curva 5. In pochi secondi cambiò la direzione di un mondiale intero.

Ed è proprio in quegli istanti, mentre il destino scivolava tra le dita della Mercedes, che arrivò quel messaggio destinato all’eternità:

“No, Mikey, no… that was so not right.”

Era più di una protesta: era la voce di un team che vedeva sfumare un titolo per mano di una decisione percepita come arbitraria.

Era la disperazione lucida di Toto Wolff, l’urlo di chi sa che nulla potrà essere cambiato, che il mondiale, in quel preciso momento, era appena passato dall’altra parte.

Quel giro finale, quell’audio, quella frase: tutto diventò immediatamente iconico.

E tutto avrebbe avuto conseguenze reali: l’inchiesta FIA, la rimozione di Michael Masi, la revisione del protocollo Safety Car, una lunga discussione globale su cosa debba essere la “giustizia sportiva” nella F1 moderna.

Ma il risultato, quello, non sarebbe più cambiato.

Max Verstappen divenne campione del mondo per la prima volta.

E l’urlo “No Mikey, no” rimase sospeso nell’aria, come il simbolo più puro di un mondiale finito non solo con un sorpasso, ma con una ferita aperta.




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