
Nel 2021 Lewis Hamilton viene nominato cavaliere dell’Impero Britannico e diventa Sir Lewis Hamilton. È un fatto storico: nessun pilota di Formula 1, prima di lui, aveva ricevuto l’onorificenza mentre era ancora in attività.
La scelta non nasce da un singolo risultato né da una contingenza sportiva. Hamilton avrebbe potuto essere insignito anni prima, dopo il quarto, il quinto o il settimo titolo mondiale. Invece il riconoscimento arriva quando la sua carriera è già compiuta nei contenuti, se non ancora nel tempo. Sette mondiali, record riscritti, un’epoca segnata con continuità e metodo, fino ad affiancare Michael Schumacher nel punto più alto della storia statistica della Formula 1.
Il contesto temporale è quello della stagione 2021, chiusa con il controverso epilogo di Abu Dhabi contro Max Verstappen. Ma la nomina a cavaliere non è una risposta a quell’evento, né una compensazione simbolica. È una consacrazione istituzionale che guarda all’intero percorso: sportivo, mediatico, culturale.
Nel linguaggio della Formula 1, i titoli definiscono le classifiche. Le onorificenze, invece, fissano le carriere nella memoria collettiva.
Dal 2021, per la Storia britannica – e non solo – quel nome ha anche un titolo davanti.

Nel 1954 nasce Hermann Tilke, figura centrale – e divisiva – della Formula 1 contemporanea. Più di chiunque altro, è lui ad aver ridisegnato la geografia del Mondiale dagli anni Duemila in poi, firmando circuiti diventati immediatamente iconici: Sepang International Circuit, Yas Marina Circuit, Bahrain International Circuit, Shanghai International Circuit, Istanbul Park, fino a Valencia, India e Stati Uniti.
Tilke ha imposto un linguaggio progettuale riconoscibile: lunghi rettilinei seguiti da staccate violente, curve lente pensate per favorire i sorpassi, grandi vie di fuga e standard di sicurezza elevatissimi. Un approccio figlio del suo tempo, della necessità di portare la Formula 1 in nuovi mercati e di rispondere a regolamenti sempre più stringenti.
Le critiche non sono mai mancate. Molti appassionati hanno parlato di tracciati “freddi”, poco caratterizzati, lontani dal fascino istintivo dei circuiti storici. Tilke ha sempre risposto senza retorica: «Alcune gare sono spettacolari, altre meno. Succede in ogni sport», ricordando poi il punto chiave: «Le corse sono pericolose, e nessuno vuole piloti feriti o morti».
A distanza di anni, il giudizio resta complesso. Ma una cosa è certa: capire la Formula 1 moderna significa fare i conti con Tilke. Con le sue piste, con i suoi compromessi, con un’idea di spettacolo che passa prima di tutto dalla sicurezza e dalla sostenibilità del sistema.