
Passare alla storia dell'automobilismo ma dalla porta della tragedia (sfiorata) altrui. Anche così si può essere ricordati, anche per questo non si annega nei trafiletti degli almanacchi.
Nato a Macclesfield, nel centro-nord dell'Inghilterra, il 30 dicembre del 1942, Guy Edwards è una figura particolare del motorsport britannico: non un fuoriclasse né un predestinato, ma uno di quei driver coriacei e coraggiosi senza i quali la storia delle corse non sarebbe ben rappresentata. Cresciuto in un’Inghilterra che vive di velocità, officine e passione meccanica nel rilancio post bellico, mostra presto più vocazione che talento puro.
Nelle formule minori, compresa la particolarissima e artigianale Formula 5000, si distingue più per costanza e intelligenza in gara che per exploit significativi. Dall’inizio degli anni Settanta si rivela concreto, tecnicamente colto, capace di sviluppare la vettura e portarla al traguardo: qualità preziose in un’epoca in cui l’affidabilità è tutt’altro che scontata. Nel 1974 debutta in Formula 1 con la piccola Lyncar, poi corre per la Hesketh e per una BRM ormai crepuscolare.
La sua carriera in F1 è breve e priva di risultati eclatanti: 28 gare disputate, nessun punto iridato. Ridurlo a una statistica sarebbe però profondamente ingiusto. Il suo valore emerge lontano dalle classifiche, in un contesto umano segnato da una sofferenza disumana.
È il 1° agosto 1976, primo giro del vecchio Nürburgring. Durante il terribile incidente che coinvolge Niki Lauda, Edwards è tra i primissimi a fermarsi, a scendere dalla macchina e a correre verso le fiamme che avvolgono la Ferrari del campione del mondo in carica. Insieme ad altri piloti contribuisce in modo decisivo a salvargli la vita. È un gesto istintivo, puro coraggio, che racconta più di qualsiasi podio chi sia davvero Guy Edwards: un uomo che mette la vita altrui davanti a tutto il resto.
Dopo il ritiro resta nel motorsport come manager e mentore. La sua vicenda, segnata per sempre da quel giorno, è quella di uno dei tanti personaggi invisibili al grande pubblico, ma fondamentali per lo spirito più autentico delle corse.