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Auguri a Peter ''Bono'' Bonnington

In Formula 1 ci sono figure che raramente prendono gli onori delle cronache, eppure tengono in piedi un weekend intero. Quella di Peter Bonnington – per tutti “Bono” – è una di queste: la voce che arriva nelle cuffie quando il pilota è solo, chiuso nell’abitacolo, con il mondo che scorre a 300 all’ora e una decisione da prendere adesso.

La sua storia è la classica traiettoria di chi si guadagna ogni centimetro: 2004, Jordan, data engineer. Lì impari la F1 dalle fondamenta: numeri, correlazioni, errori che costano posizioni. A Silverstone lavora con piloti come Giorgio Pantano e Timo Glock; poi il passaggio in Honda, sotto l’ala di Andrew Shovlin, e il ruolo di performance engineer di Jenson Button. È il tipo di lavoro che non fa notizia, ma fa la differenza: costruire fiducia, dare metodo, trasformare la sensazione in prestazione.

Quando Honda diventa Brawn GP, tutto cambia in fretta: nome, colori, prospettive. Ma chi è bravo resta un punto fermo. E in quel vortice Bonnington c’è, contribuendo a un percorso che porta Button al Mondiale 2009: un titolo nato anche dalla lucidità di chi, dietro le quinte, tiene la barra dritta mentre intorno si riscrive la storia.

Poi Mercedes: prima performance engineer di Michael Schumacher, quindi – dal settembre 2011 – race engineer. Un’altra scuola. E quando Schumacher si ritira, Bonnington passa a Lewis Hamilton come senior race engineer: da lì, una lunga era fatta di dettagli, sangue freddo e comunicazione chirurgica, perché la radio perfetta non è quella “bella”, è quella che arriva al punto nel momento giusto.

Oggi, ricordarlo nel giorno del suo compleanno significa celebrare una verità semplice: i campioni hanno sempre qualcuno che li aiuta a rimanere lucidi quando tutto, fuori, prova a farli deragliare. E Bono è stato ed è ancora oggi uno dei migliori in quell’arte invisibile.




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