
Il 3 febbraio 2006 la Midland F1 Racing presenta la M16: la prima monoposto iscritta con licenza e bandiera russa nella storia della Formula 1.
Dettaglio che fa sorridere, perché di “Russia” in quella scuderia c'è appunto solo la bandiera: fabbrica, uomini e abitudini erano ancora quelli ereditati da Jordan Grand Prix con sede a Silverstone.
Dietro c’è Alex Schnaider: soldi, ambizione, un rebranding totale. Ma la F1 è spietata con chi pensa che basti “comprare” un posto in griglia. La M16 nasce anche con scelte pragmatiche: motore cliente Toyota (con accordo già definito per il 2006) e un progetto che, per capirci, doveva coinvolgere Dallara ma finì per essere sviluppato in casa.
In pista, però, la storia diventa una cronaca di “giornate lunghe”: Tiago Monteiro e Christijan Albers spesso lottano più con l’affidabilità e con l’essere semplicemente in classifica che con gli avversari. E i numeri, qui, sono impietosi: zero punti, miglior lampo un 9° posto, e una stagione da fondo schieramento.
Il simbolo perfetto arriva in Germania: doppia squalifica per l’alettone posteriore “troppo flessibile” (in un’epoca in cui tutti flirtavano coi limiti, ma a pagare furono loro).
Eppure, proprio perché era una squadra piccola, la Midland si portava dietro anche quelle stranezze da vecchia F1 che oggi sembrano impossibili: perfino Max Biaggi al volante per un test invernale.
Poi, a stagione in corso, l’ennesima muta pelle: vendita a Spyker Cars e ultime gare come Spyker MF1 Racing, arancione acceso addosso e la stessa dura realtà sotto.
Riguardarla oggi è quasi tenero: la bandiera nuova, il nome nuovo, l’idea di “entrare nella storia”… e poi la F1 che ti ricorda che la storia la scrivi solo se sopravvivi al conto economico, alla galleria del vento e alle domeniche in cui il traguardo sembra un miraggio.