2019

Niki Lauda

20 maggio 2019, tanti anni senza Niki Lauda.

Ma in realtà, Niki non se n’è mai andato davvero.

C’è un’immagine che più di ogni altra racconta chi fosse Lauda. Settembre 1976. Monza. Un ristorante elegante. Niki entra con il volto devastato dall’incidente del Nürburgring. Due camerieri gli propongono una saletta riservata, per nasconderlo agli sguardi.

La sua risposta?

No. Anzi, voglio il tavolo più centrale. Davanti alla porta. Così tutti vedranno la mia nuova faccia. Perché questa sarà la mia faccia fino alla fine dei miei giorni.

Aveva il 2% di possibilità di sopravvivere. Eppure quarantadue giorni dopo era di nuovo su una Ferrari. Più che un ritorno, una resurrezione.

Rifiutò anche l’offerta gratuita del chirurgo più famoso del mondo. “Questa è la mia faccia, e a questa dovranno abituarsi tutti. A cominciare da mia moglie.”

Lauda non fu solo un campione. Fu un uomo che accettò sé stesso, che decise di non nascondersi, che trasformò il dolore in forza. E da quel giorno, con il suo cappellino rosso e la sua lucidità tagliente, ci ha insegnato che l’eroismo non è solo andare a 300 all’ora.

È restare. Tornare. Farsi vedere.

Ecco perché, anche oggi, a tanti anni da quel 20 maggio, non possiamo che dire grazie.

Per il coraggio. Per la coerenza. Per la verità.

Danke, Niki.

Paolo Marcacci per formula1.it

 


1984

Il 20 maggio 1984, a Dijon-Prenois, la Formula 1 corse uno di quei Gran Premi che sembrano piccoli nella cronaca e diventano grandi nei dettagli.

Il protagonista fu Niki Lauda, vincitore con la McLaren-TAG dopo 79 giri di una gara tutt’altro che lineare. Partiva soltanto nono, lontano dai riflettori, mentre davanti il pubblico francese sognava con Patrick Tambay: pole position, Renault, motore Renault, gomme Michelin, benzina Elf. Una storia tutta francese, sul tracciato di casa, in un giorno che pareva scritto per la festa nazionale del motorsport. Tambay guidò a lungo la corsa, per oltre metà gara, ma Lauda fece Lauda: pazienza, lettura della corsa, gestione, freddezza. Quando arrivò il momento, prese il comando e lo trasformò in vittoria.

Fu anche l’ultima apparizione della Formula 1 sul circuito di Dijon-Prenois, giudicato ormai troppo corto per gli standard del Mondiale. Un addio curioso, perché proprio lì, tra saliscendi e curve rapide, si consumò una gara dal sapore antico: il pilota più razionale del paddock che spegne l’entusiasmo della folla locale, il talento francese di Tambay costretto al secondo posto, e Nigel Mansell terzo con la Lotus-Renault, a completare un podio pieno di storie.

Mansell arrivò a quel risultato portandosi addosso qualcosa di molto più pesante di una gara: aveva perso da poco la madre per un cancro. Eppure salì sul podio, dopo una corsa vissuta anche con un brivido assurdo. In un punto cieco del tracciato, scollinando, si trovò davanti un commissario che attraversava la pista. Il suo commento rimase durissimo nella memoria: “Si può dire che non ne fui colpito favorevolmente. In realtà mi scosse completamente”.

La vittoria di Lauda racconta bene l’essenza del suo 1984: niente gesti teatrali, nessuna ricerca dell’eroismo, soltanto una lucidità quasi crudele. Quell’anno avrebbe battuto Alain Prost per mezzo punto, il margine più sottile nella storia della Formula 1. A Dijon, però, c’era già tutto: la McLaren dominante, Prost frenato da una gara complicata, Lauda che raccoglieva ciò che serviva quando serviva.

Il 20 maggio 1984 non fu soltanto una vittoria. Fu una lezione di controllo, in una Formula 1 ancora attraversata da rischi enormi, emozioni private e piste che non perdonavano.




Tag
niki lauda |