
Il 19 maggio 2014 se ne andava Jack Brabham. E con lui spariva l’ultimo campione del mondo ancora in vita degli anni Cinquanta, una Formula 1 lontanissima da quella di oggi, fatta di officine improvvisate, mani sporche d’olio e piloti che spesso erano anche meccanici, ingegneri e collaudatori.
Sir Jack apparteneva esattamente a quella categoria lì. Australiano, pragmatico, silenzioso, poco incline allo spettacolo, ma capace di cambiare per sempre la storia del motorsport. Debuttò in Formula 1 nel 1955 con la Cooper, contribuendo a rivoluzionare il concetto stesso di monoposto: il motore posteriore, inizialmente guardato con sufficienza dai grandi costruttori europei, divenne l’arma che spazzò via il vecchio mondo.
Con la Cooper conquistò i titoli mondiali del 1959 e del 1960, stagione in cui infilò cinque vittorie consecutive. Enzo Ferrari, inizialmente scettico verso quelle piccole vetture britanniche, comprese rapidamente che il futuro era cambiato. Pare che il Drake non apprezzasse le Cooper, poi però fu costretto ad inseguirle, perché Brabham e la rivoluzione inglese avevano già riscritto la Formula 1.
Ma la vera impresa arrivò più tardi. Jack volle fare tutto da solo. Fondò la Brabham insieme a Ron Tauranac, costruì la propria monoposto e nel 1966 vinse il Mondiale guidando una vettura con il suo stesso nome. Nessuno ci è più riuscito. Nessuno. Un record che ancora oggi sembra impossibile in una Formula 1 dominata da strutture gigantesche e centinaia di tecnici.
Eppure Brabham non era un romantico nel senso classico del termine. Era concreto, durissimo, quasi ossessionato dall’efficienza. Anche nel suo ultimo anno in Formula 1, nel 1970, a quarantatré anni, riuscì ancora a vincere in Sudafrica a Kyalami, sfiorando altri successi con una lucidità impressionante.
Forse è proprio questo il motivo per cui la sua figura oggi viene ricordata meno di altri campioni. A Brabham non puntava al mito, gli bastavano il cronometro, la tecnica e il lavoro, ma senza uomini come lui, la Formula 1 moderna semplicemente non esisterebbe.
Daniele Muscarella per formula1.it
Foto National Museum Australia