
A São Paulo nasce Rubens Barrichello, uno di quei piloti che la Formula 1 ha finito per raccontare spesso attraverso le occasioni mancate, dimenticando a volte la sostanza di una carriera lunghissima.
326 iscrizioni, 322 partenze, 11 vittorie, 68 podi, 14 pole position. Barrichello debuttò nel 1993 in Sudafrica, quando la Formula 1 era ancora un mondo durissimo, meccanico, spigoloso. Attraversò 18 stagioni, sei squadre, regolamenti diversi, generazioni di piloti e vetture profondamente cambiate.
Il suo nome resterà inevitabilmente legato alla Ferrari e agli anni di Michael Schumacher. Nel 2002 visse la stagione statisticamente più forte della carriera, ma anche quella più complessa da raccontare: veloce, utile, spesso decisivo, eppure prigioniero di un ruolo che non gli permise mai di essere davvero candidato al titolo. Essere il compagno del dominatore assoluto significava correre sempre dentro un confine già tracciato.
Eppure Rubens non fu soltanto il “numero due” della Ferrari. Nel 2009, con la Brawn GP, tornò a respirare aria di mondiale. Vinse due gare, chiuse terzo in campionato e dimostrò che, anche dopo anni passati all’ombra del più grande, aveva ancora velocità, mestiere e fame.
La sua avventura in Formula 1 terminò nel 2011 con la Williams, prima del passaggio in IndyCar nel 2012. Ma Barrichello resta qualcosa di più di una lunga statistica: è il volto di una carriera vissuta tra disciplina, gloria condivisa e ambizioni trattenute, tra sorrisi sinceri e ferite sportive mai del tutto invisibili.
Rubens Barrichello è stato, per quasi vent’anni, uno dei piloti più riconoscibili, resistenti e umani della Formula 1 moderna.