
Per molti appassionati italiani, la voce di Ivan Capelli è diventata parte stessa della Formula 1. Ma prima della cabina di commento, prima delle analisi tecniche e delle domeniche su Sky Sport, c’era un ragazzo milanese considerato uno dei talenti più promettenti della sua generazione.
Il 24 maggio 1963 nasceva Ivan Capelli. Per lui, come per pochi altri, il palmares non racconta fino in fondo quanto fosse rispettato nel paddock.
Dopo i successi nelle formule minori, Capelli arrivò in Formula 1 nel 1985, debuttando con Tyrrell. La svolta della sua carriera arrivò però poco dopo con la March, squadra che sarebbe poi diventata Leyton House. Ed è proprio lì che il suo nome si intreccia con quello di un giovane ingegnere destinato a cambiare la storia della Formula 1: Adrian Newey.
Tra la fine degli anni ’80 e il 1990, la coppia Newey-Capelli riuscì a costruire una delle favole tecniche più affascinanti dell’epoca. La March 881 prima e la Leyton House CG901 poi erano vetture raffinatissime dal punto di vista aerodinamico, spesso veloci oltre le aspettative contro colossi come McLaren, Ferrari e Williams. Capelli era il pilota ideale per svilupparle: sensibile, tecnico, capace di “sentire” la macchina.
Il momento simbolo resta il GP di Francia 1990, a Le Castellet. Su una pista velocissima, la Leyton House progettata da Newey sembrò improvvisamente imprendibile. Capelli comandò la gara davanti alla Ferrari di Prost e alla McLaren di Senna, accarezzando un’impresa clamorosa. Solo nel finale Prost riuscì a superarlo. Quel secondo posto resta uno dei risultati più romantici della Formula 1 moderna: un piccolo team vicino a battere i giganti grazie al genio aerodinamico e al talento del pilota.
Quella prestazione convinse Ferrari a puntare su di lui per il 1992. Doveva essere il coronamento di una carriera, ma si trasformò in una delle stagioni più difficili della Scuderia. La Ferrari F92A, celebre per il discusso “doppio fondo”, era lenta, complicata e quasi impossibile da mettere a punto. Nemmeno Jean Alesi riuscì a salvarla. Capelli, che aveva costruito la sua reputazione sulla sensibilità tecnica, si trovò intrappolato in una vettura ingestibile. L’avventura finì presto e lasciò inevitabilmente un senso di occasione mancata.
Eppure, in Italia, Ivan Capelli è rimasto una figura amatissima. Anche perché ha saputo reinventarsi senza mai perdere eleganza e credibilità.
Negli anni delle telecronache Rai, accanto a Gianfranco Mazzoni, portò in TV un modo diverso di raccontare la Formula 1: meno urlato, più tecnico, più vicino a chi voleva capire davvero cosa accadeva in pista. Con spiegazioni semplici ma mai banali, contribuì a formare una generazione di appassionati.
Poi arriva Sky Sport, dove la sua voce è diventata ancora più autorevole. Sempre misurato, sempre competente, spesso capace di cogliere dettagli tecnici o umani che altri non vedevano. In un paddock dove l’eccesso e il personaggio spesso prevalgono, Capelli ha mantenuto uno stile raro: quello della credibilità.
Forse Ivan Capelli non è stato il campione che molti immaginavano da ragazzo, ma è diventato qualcosa di diverso e, per certi versi, altrettanto importante: uno degli ultimi veri uomini di Formula 1 capaci di raccontarla dall’interno, con sensibilità, memoria e passione autentica.