
Montecarlo, la pista che non c’è e che dopo il suo esclusivo fine settimana tornerà a non esserci. Il circuito più celebre al mondo, celebrazione mondana della Formula Uno e sua negazione al tempo stesso.
Per Montecarlo Lorenzo Bandini ha ordinato un casco nuovo, bianco e rosso, intonato alla Ferrari 312 e al grande numero bianco, il diciotto. Le F1 degli anni Sessanta sono siluri senza appendici aerodinamiche; squali senza pinne, carlinghe di morte senza ali, in bilico su trampoli di sospensioni. Mentre il pilota chiede loro di mangiare la strada, la macchina lo divora, in un bagno di sudore che conficca chiodi nel collo e nelle spalle.
A Montecarlo ogni cosa è di più. Anche vincere pesa di più. Davanti c’è la Brabham di Hulme, quasi imprendibile. Quasi, perché Lorenzo spende tutto se stesso per andare a prendere ciò che in cuor suo sente gli spetti.
Cento giri totali: la mattanza del Principato. Il caldo del motore alle spalle, il sole sui grandi occhiali, i muscoli che quasi vanno in frantumi per trattenere, come in nessun altro circuito al mondo, le briglie di quei cavalli.
Al giro numero 82 Lorenzo allarga le braccia verso i box, alla Ferrari non può chiedere di più. Forse, a se stesso, ha già chiesto troppo. In uno scatto del giro successivo, tenuto celato per anni, si vede nitidamente che ha gli occhi chiusi, vinti dalla spossatezza.
Poi la chicane. La colonna di fumo nero si erge fino quasi a sporcare le nuvole, bianche come l’altra metà del casco di Lorenzo, l’unica cosa che il fuoco riesce a rispettare quando le balle di paglia delle protezioni ricevono l’abbraccio soffocante della benzina.
Chiedi a Margherita come si possa cancellare tutta una vita vissuta prima di una chicane, lei che a ogni giro cancellava i tempi di Lorenzo scritti col gesso sulla lavagnetta scura, sorridendo e sperando. Chiedile di quel dottore che le disse di aver fatto il possibile come medico, ma di essersi augurato, come uomo, che Lorenzo non sopravvivesse.
Resta un cambio innestato in quinta marcia, quella sbagliata, nello scheletro di una Ferrari che avrebbe ancora potuto farcela, se il destino avesse almeno continuato a farsi i fatti suoi.
Paolo Marcacci per formula1.it