1982

Gilles Villeneuve

L’8 maggio, per molti di noi, è il giorno della perdita dell’innocenza.

Dedicato a un grandissimo fuoriclasse, anche se qualcuno ancora oggi continua a dire che non fu un campione. E francamente resta una mancanza di rispetto. Perché Gilles Villeneuve, per i ragazzini appassionati di Formula 1, non era solo un pilota: era un eroe. Era quello delle Ferrari rosse, delle macchinine telecomandate pubblicizzate in televisione, della birra al posto dello champagne sul podio, dei volti e delle tute di un’epoca che non tornerà più.

Aveva un fisico minuto, e un volto che sarebbe potuto appartenere a un musicista o a un poeta. Eppure quel corpo così piccolo lo abbiamo visto aggrapparsi ai fianchi della Ferrari 126 CK e portarla, a Montecarlo 1981, dove sembrava impossibile: alla vittoria. Con un motore turbo su un circuito in cui era come “girare in bicicletta nel salotto di casa”, Gilles trasformò l’assurdo in capolavoro, fino al sorpasso su Alan Jones in un punto dove chiunque altro non avrebbe nemmeno pensato di poter passare.

Con lui abbiamo imparato la differenza tra piloti e corridori. Nel pilota c’era già la razionalità moderna della Formula 1; nel corridore rimaneva l’alone romantico dell’automobilismo antico, quasi da strade polverose. Villeneuve era un pilota con caratteristiche da corridore: cercava l’assoluto, voleva oltrepassare la soglia della velocità, quasi fosse una forma di felicità più ancora della vittoria.

Vinse solo sei Gran Premi, ma lasciò pagine memorabili.

Poi arrivò quell’8 maggio. Il telegiornale, il pomeriggio, la notizia che ci colse di sorpresa. Per chi aveva dieci anni fu il primo lutto vero, come se fosse morto qualcuno di famiglia. La Ferrari 126 C2 ricadde a terra accartocciata, come una lattina vuota schiacciata. Le immagini ci risparmiarono il volo di Gilles fuori dall’abitacolo, ma non la portata della tragedia.

Dopo Imola 1982, dopo quello sguardo ferito, sembrava già esserci tutto: l’amarezza, il tradimento percepito, il destino che aspettava a Zolder.

Siamo cresciuti, forse maturati, forse soltanto invecchiati. Ma ogni 8 maggio torna lo stesso dubbio. Noi non sapremo mai dove vanno a dormire gli eroi.

Paolo Marcacci per formula1.it

Foto di Dmax




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