1988

Enzo Ferrari

C’è un momento, nella vita di Enzo Ferrari, in cui l’uomo diventa mito: quando capisce che l’automobilismo non è solo velocità, ma volontà pura. Dalla Modena innevata del 1898 alla Scuderia fondata nel 1929, passando da Alfa Romeo e dagli anni durissimi della guerra, Enzo costruisce il suo destino pezzo dopo pezzo, con la stessa determinazione con cui si lima un ingranaggio. Nasce la Scuderia, poi Auto Avio Costruzioni, quindi la prima Ferrari di sempre, nel 1947: da lì, una storia che non smette di correre.

Il Drake non era accomodante. Era esigente, spigoloso, capace di fascinazione e di tempesta, ma aveva un’idea chiarissima: «La migliore Ferrari è la prossima». È una filosofia, non uno slogan: il progresso come necessità morale, l’innovazione come abitudine quotidiana.

Con i piloti costruì rapporti complessi e viscerali. Sapeva essere padre severo e tifoso assoluto. Quando nel 1951 González abbatté il fortino Alfa a Silverstone, Enzo scrisse che pianse di gioia… e di dolore: “quel giorno pensai di aver ucciso mia madre”, la sua amata Alfa Romeo. Dentro quella riga c’è tutto: lealtà, riconoscenza, la spietata logica delle corse.

Amava frasi taglienti. «L’aerodinamica è per chi non sa costruire motori», sentenziò nell’epoca in cui la potenza era religione; eppure il suo marchio diventerà, col tempo, anche culto dell’efficienza, della forma che segue la funzione.

E ancora: «La passione non si può descrivere, si può solo vivere». È il programma di una vita e di un’azienda che ha fatto dell’emozione la sua firma.

E quel rosso che accende l’infanzia: «Se chiedi a un bambino di disegnare un’auto, la disegnerà rossa». Un colore che diventa identità, appartenenza, casa.

Il 14 agosto 1988, Enzo se ne va in silenzio, come aveva disposto: la notizia arriverà al mondo solo il giorno dopo, quando tutto è già compiuto. Ma le corse non finiscono mai davvero: ogni volta che una Ferrari accende il dodici o sussurra ibrida, quella voce ritorna. La vittoria più importante, per lui, restava sempre la prossima


 

1994

Enzo Ferrari

Il 14 agosto 1994, all’Hungaroring, Michael Schumacher dominò ancora: partito dalla pole position riuscì a mantenere il comando della gara, controllando ritmo e strategia con precisione chirurgica. Alle sue spalle, Damon Hill cercò di tenere il passo, ma il tedesco era inarrivabile.

Quel Gran Premio si aprì con un’immagine insolita: la piazzola di partenza n°5, quella di Mika Häkkinen, rimasta vuota. Il finlandese stava scontando una sospensione di una gara inflittagli dopo il tamponamento multiplo al via del GP di Germania, e la McLaren schierò solo Brundle.

La corsa fu segnata da un elevato numero di ritiri: già in apertura, Rubens Barrichello, Eddie Irvine e Ukyo Katayama furono protagonisti di una collisione al secondo giro che li costrinse al ritiro. Più avanti, Jean Alesi si fermò con la Ferrari al giro 59 per un guasto al motore, perdendo olio che provocò l’uscita di David Coulthard. Gerhard Berger abbandonò al giro 73 per lo stesso motivo meccanico. In extremis, anche Martin Brundle si ritirò all’ultimo giro per un problema elettrico, aprendo così la strada al primo podio in carriera per Jos Verstappen, che divenne il primo olandese sul podio F1.

In una gara così complicata, Schumacher non solo trionfò con lucidità, ma rafforzò l’inerzia della sua stagione verso la conquista del titolo.




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