
Il 13 agosto 1995, all’Hungaroring, si consumò una delle scene più assurde nella storia della Formula 1. Al 14° giro del Gran Premio d’Ungheria, la Footwork di Taki Inoue ebbe un principio d’incendio dopo un guasto al motore. Il pilota giapponese si fermò a bordo pista e scese dall’auto, mentre arrivava la medical car – una Mercedes station wagon – per prestare assistenza.
Ma in un clamoroso errore di valutazione, il veicolo d’emergenza passò troppo vicino al luogo dell’incidente, colpendo in pieno Inoue e scaraventandolo a terra. L’impatto fu violento, ma incredibilmente il pilota riportò solo contusioni e riuscì a rialzarsi, seppur dolorante.
Non era nemmeno la prima volta: pochi mesi prima, a Monaco, Inoue era stato investito da un carro attrezzi mentre la sua vettura veniva trainata. In sole 16 gare disputate tra il 1994 e il 1996 (prima con la Simtek, poi con Footwork), non ottenne punti, ma divenne un personaggio di culto per la sua autoironia e la capacità di scherzare sui propri incidenti più che sui risultati sportivi, definendosi “il peggior pilota della storia della F1”.
Quella domenica la vittoria andò a Damon Hill con la Williams, davanti a David Coulthard e Gerhard Berger. Michael Schumacher chiuse quarto, mentre il compagno di squadra di Inoue, Gianni Morbidelli, si ritirò. Ma la scena più ricordata non fu la lotta per la vittoria, bensì quel surreale e irripetibile investimento in diretta mondiale.

Il 13 agosto 1978, sul veloce e spettacolare Österreichring, Ronnie Peterson scrisse l’ultimo capitolo vincente della sua carriera in Formula 1. Lo svedese, già considerato uno dei più spettacolari interpreti della guida di traverso, partiva dalla seconda fila con la Lotus 79, mentre il compagno di squadra Mario Andretti era lanciato verso il titolo mondiale.
La gara fu segnata da un colpo di scena alla partenza: Andretti ebbe un problema che lo fece scivolare indietro, lasciando spazio a Peterson per prendere il comando. Il ritmo dello svedese fu impressionante, tanto da staccare progressivamente Patrick Depailler (Tyrrell) e un giovane Gilles Villeneuve, al volante della Ferrari, che conquistò il terzo gradino del podio.
Quello dell’Austria fu anche il primo podio di Villeneuve con la Ferrari, centrato al suo 14º GP con il team. Un risultato che segna l’inizio della sua ascesa nell’élite della F1.
Quella vittoria – la decima in carriera – fu anche l’ultima. Meno di un mese dopo, a Monza, un terribile incidente al via del GP d’Italia gli tolse la vita a soli 34 anni. Peterson lasciò il ricordo di un talento cristallino, capace di domare vetture potenti e instabili con una naturalezza rara, ma anche di una lealtà esemplare: nel 1978 accettò senza polemiche di correre da “secondo” dietro Andretti, rispettando le strategie Lotus per il mondiale, che lo ricorda con queste parole: “Ronnie era un compagno fortissimo, era difficile stargli davanti e avevamo un’amicizia davvero preziosa”.
Il GP d’Austria 1978, con il pubblico in delirio per i sorpassi e la velocità media altissima, resta dunque la sua ultima, splendida firma sul palcoscenico della F1. Un’uscita di scena sportiva degna del “SuperSwede”, capace di trasformare ogni curva in uno spettacolo.