
19 giri da qualifica
Il 16 agosto 1998, nel caldo asfissiante dell’Hungaroring, la Ferrari firmò uno dei suoi capolavori tattici più celebri, messo in atto da un interprete straordinario. Michael Schumacher partiva terzo, dietro le due McLaren di Mika Häkkinen e David Coulthard, che quell’anno dominavano. Serviva qualcosa di straordinario.
Quel qualcosa arrivò via radio, dalla mente di Ross Brawn: “Michael, 19 giri da qualifica”. Un ordine tanto semplice quanto folle: spingere al massimo, giro dopo giro, per colmare un distacco di 25 secondi e far funzionare una strategia a tre soste, rischiosa e quasi mai applicata in Ungheria.
Schumacher non chiese spiegazioni, non esitò, non manifestò alcun dubbio. Solo due parole: “Ok grazie”. Poi, come un metronomo impazzito, inanellò passaggi velocissimi, sfruttando ogni centimetro di pista, frenando sempre un attimo più tardi, accelerando sempre un istante prima.
Quando rientrò ai box per l’ultima volta, la magia era compiuta: la McLaren di Coulthard era dietro, così come la Williams di Villeneuve. La bandiera a scacchi sancì una vittoria che non fu solo questione di velocità, ma di fiducia assoluta tra pilota e ingegnere. Fu la dimostrazione che, in Formula 1, il coraggio di rischiare e la perfezione nell’esecuzione possono ribaltare qualsiasi pronostico.