
Dietro l’uomo, le cui uscite sono spesso discutibili, che pilota c’era? Che sia da annoverare tra i fuoriclasse di ogni epoca è fuori discussione: Piquet eccelleva in tutto senza mostrare un’unica dote dominante. Sapeva gestire un vantaggio con grande sensibilità verso la vettura ed era capace di sorpassi epici, come quello su Senna in Ungheria 1986. Un campione “ibrido”, a metà strada tra i superveloci disposti a rischiare tutto e i calcolatori alla Niki Lauda. Da quest’ultimo e da Prost apprese molto sulla messa a punto, pur restando distante dal loro rigore quasi robotico: lui era irriverente, donnaiolo, soprannominato “zingaro” perché preferiva vivere in barca più che a terra.
Di Lauda fu il più fedele amico nel Circus, legame curioso tra due uomini mai preoccupati di risultare scomodi. Piquet lo era in modo appariscente e guascone, Lauda con fredda essenzialità. Entrambi incapaci di recitare, anche fuori dall’abitacolo. Personaggi così, per chi racconta, sono fonte inesauribile: possono irritare per certe idee, ma restano esempi di coerenza e personalità.
I tre titoli mondiali diventano dettaglio quando si celebra un totem come Piquet. Campione in tre ere diverse: nel 1981 con la Brabham, primo mondiale vinto da un motore turbo; nel 1983 ancora Brabham, in piena rivoluzione post-minigonne; nel 1987 con la Williams, affrontando senza timori una generazione che includeva Senna. Il suo canto del cigno arriva nel 1991 con la Benetton, condividendo il box con un giovane Michael Schumacher.
Ma oltre alle corone, il pilota nato a Rio il 17 agosto 1952 ha lasciato un segno unico: talento cristallino e personalità fuori dagli schemi, irriverente, provocatoria, oggi diremmo politicamente scorrettissima. Coerenza pura, anche nei rapporti: il dualismo con Ayrton Senna, connazionale e rivale odiato, ne è esempio. Senna divenne idolo nazionale, amato da ricchi e poveri, Piquet no: poco incline a mostrarsi patriottico, non seppe incarnare quel ruolo. Lo testimonia il funerale di Senna, evento oceanico al quale Piquet non presenziò. Una scelta coerente con il suo carattere: l’unico modo, per lui, di rendere rispetto a un nemico vero era proprio non esserci.
Auguri Nelson.