
L’8 settembre 1996 a Monza, Michael Schumacher scrisse una delle pagine più emozionanti della sua carriera con la Ferrari. Non era un anno semplice: la F310 si era dimostrata poco affidabile, incapace di lottare per il titolo. Ma quel giorno, davanti a una marea rossa, Schumi riuscì a compiere l’impresa che i tifosi attendevano da otto anni: riportare la Ferrari sul gradino più alto del podio a Monza, dopo l’ultima vittoria di Berger nel 1988.
L’urlo di gioia del pubblico si fuse con le lacrime di commozione di Jean Todt, consapevole che quella vittoria non fosse soltanto un risultato sportivo, ma un segnale di rinascita. Era il primo tassello concreto di un ciclo che avrebbe trasformato la Ferrari da squadra in difficoltà a regina assoluta della Formula 1.
La gara stessa fu intensa: Schumacher lottò con la Benetton di Alesi, con la McLaren di Hakkinen, con una vettura che ancora non era all’altezza, ma che grazie al suo talento e a una perfetta strategia seppe portare al trionfo. A fine corsa, Michael confessò di aver provato “brividi mai sentiti prima”: il boato di Monza lo aveva consacrato come nuovo idolo dei tifosi Ferrari, erede spirituale di Villeneuve.
Fu un momento di svolta: più che una vittoria, un atto di fede tra un campione e un popolo, pronto a seguirlo anche nei momenti più duri.