Brands Hatch, i saliscendi di un mito
Il nome di Brands Hatch, per chi ama la Formula Uno, evoca innanzitutto un luogo dell’anima, poi un circuito; una sorta di anfiteatro naturale dove l'anima dei pistoni prendeva vita. Un tributo a un circuito vero e diverso da quelli di oggi

05/01/2026 12:00:00 Tempo di lettura: 4 minuti

Ogni giro sembrava narrare una storia; ogni storia ritmava il suono inconfondibile dei motori che scendevano verso "Paddock Hill" sparendo per un attimo alla vista.

Il nome di Brands Hatch, per chi ama la Formula Uno, evoca innanzitutto un luogo dell’anima, poi un circuito; una sorta di anfiteatro naturale dove l'anima dei pistoni prendeva vita al vento del Kent; dove più che accelerare le monoposto sembravano precipitare verso il centro della terra.

La sua storia nel Mondiale è breve, ma a suo modo un'opera d'arte, come certi racconti che restano impressi più di tanti romanzi.

Brands Hatch nasce come pista per i ciclisti, divenuta poi circuito motociclistico nel Dopoguerra; dedalo di pendenze e ondulazioni interne a un parco.

Quando la Formula Uno vi approda per la prima volta nel 1964, come sede del Gran Premio di Gran Bretagna in alternanza con Silverstone, è chiaro che comincia una storia, indipendentemente da quanto lunga sarà.

Il pubblico a Brands Hatch non assiste alle gare: se le sente addosso, con una sorta di capogiro per i più sensibili tra gli spettatori.
La discesa di "Paddock Hill Bend", cieca più che brutale, ingoia le Lotus, le Ferrari, le BRM subito dopo il via, con una specie di tuffo dagli occhi al cuore, con quel battito sospeso che nessun fotogramma potrà mai rendere davvero.

Gli anni Sessanta sono quelli dell'epica classica a ruote scoperte. Jim Clark dialoga con Brands Hatch come se fosse un’estensione naturale del suo talento, vincendo nel 1965 davanti a una folla che si sente portata sulla scocca. Le Lotus scivolano leggere, i piloti impostano traiettorie quasi costrette, con protezioni minime e un coraggio che oggi va declinato in incoscienza. Brands Hatch diventa sinonimo di guida assoluta, con possibilità di errori che nessuna traiettoria risarcisce.

Brands Hatch, i saliscendi di un mito

Negli anni Settanta il circuito sale al rango di cattedrale dell'automobilismo. Le edizioni del Gran Premio di Gran Bretagna qui disputate sono spesso dure, fisiche, imprevedibili. Nel 1976, mentre il Mondiale vive il culmine della rivalità Lauda-Hunt, Brands Hatch ospita il Gran Premio d’Europa. È una gara che trasuda adrenalina, segnata da un avvio confuso e da polemiche che riflettono un’epoca di passaggio verso il calcolo dei rischi.

Con l’arrivo degli anni Ottanta, Brands Hatch diventa la casa quasi naturale del Gran Premio d’Europa. Il tracciato è corto rispetto ai nuovi standard, ma resta tecnico, selettivo, sempre spietato con chi non rispetta il millimetro delle traiettorie. Su quell'asfalto vince Nelson Piquet, si afferma Prost e trionfa Senna; il pubblico britannico scopre che la Formula Uno sta cambiando pelle: più tecnologia, più aerodinamica, ma ancora tanto, tantissimo talento portato in dote dal fattore umano.

Il canto del cigno arriva nel 1986. L’ultima gara di Formula Uno a Brands Hatch è un concentrato di nostalgia e consapevolezza. Le monoposto sono ormai troppo veloci, troppo larghe per un circuito nato in un’altra epoca. Nigel Mansell vince davanti ai suoi tifosi, in un’atmosfera che ha il sapore dell’addio. Non c’è tristezza plateale, ma una sorta di rumoroso rispetto, un silenzio punteggiato dal frastuono dei motori: il pubblico guarda gli scarichi delle macchine che scompaiono strattonate da una traiettoria, come se stesse salutando un vecchio amico sapendo che non lo rivedrà.

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Foto copertina www.dailymail.co.uk


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