I primi alettoni introdotti al Gran Premio del Belgio del '68, quelli polemicamente sdoppiati a Long Beach nel 1982: soltanto due esempi in mezzo a mille intuizioni.
La storia di Mauro Forghieri comincia a Modena nel 1935, in una terra dove i motori non sono oggetti: sono destino. Suo padre Reclus nel Secondo Dopoguerra lavorerà in Ferrari, dopo essere stato impiegato presso le officine Ansaldo a Napoli durante il periodo bellico. Il ragazzo cresce tra il rumore dei banchi di prova e l’odore dell’olio caldo. Non assomiglia a un sogno romantico; lo diventerà. Di certo è un’eredità inevitabile. Eppure, quando si iscrive a Ingegneria meccanica a Bologna, Mauro non immagina che un giorno sarà lui a tenere in mano il filo rosso della Scuderia.
Nel 1960 entra alla Scuderia Ferrari come giovane tecnico. È un ragazzo serio, curioso, con una mente che non accetta compromessi. In reparto corse si impara in fretta o si sparisce. Lui impara. Studia telai, sospensioni, motori e li tratta come fossero creature vive. Poi, nel 1962, accade l’imprevedibile: una crisi interna svuota l’ufficio tecnico e Enzo Ferrari lo chiama. Ha ventisette anni. - Forghieri, adesso tocca a lei -. Non è una promozione, in quel momento: è un salto nel vuoto.
Diventa responsabile tecnico in un’epoca feroce della Formula 1. Le monoposto sono rapide e fragili, i circuiti pericolosi, i piloti eroi vulnerabili. Forghieri non è un uomo da mezze misure: pretende rigore, ascolta i meccanici, discute con i piloti, all'occorrenza in modo aspro. Sotto la sua guida nascono vetture che riportano il Cavallino al centro del mondo. Nel 1964 arriva il titolo mondiale con John Surtees, l’uomo che aveva già conquistato il mondo su due ruote. È la prova che il giovane ingegnere non è una soluzione d’emergenza, ma una mente destinata a lasciare il segno.
Ferrari 312/68 - Chris Amon Brands Hatch 1968
Forghieri innova senza clamore. Introduce soluzioni aerodinamiche avanzate, lavora sull’affidabilità quando altri inseguono solo la potenza, sperimenta cambi trasversali e sospensioni raffinate. Non cerca la scena: cerca il decimo di secondo. Negli anni Settanta, dopo stagioni difficili, la Ferrari rinasce. Con Niki Lauda arriva una stagione leggendaria: nel 1975 la rossa domina, precisa e feroce. È una macchina che riflette il carattere del suo progettista: razionale, solida, costruita per vincere.
La Ferrari 312T 1975 di Niki Lauda alle Finali Mondiali Ferrari 2019
Poi il dramma del Nürburgring nel 1976. L’incidente di Lauda scuote tutti. Forghieri vive quei giorni tra ospedali e officine, scisso tra l’uomo e l’ingegnere. Quando Lauda torna in pista, è anche la vittoria di un gruppo che non si è arreso. Nel 1977 un altro titolo suggella un ciclo straordinario. In totale, sotto la sua direzione tecnica, la Ferrari conquista quattro titoli mondiali piloti e sette costruttori, attraversando regolamenti che cambiano, motori che evolvono, equilibri politici instabili.
Il rapporto con Enzo Ferrari è fatto di rispetto e tensione. Il Drake osserva, ascolta, talvolta punge. Forghieri risponde con i fatti. Non è un uomo da inchini, ma da risultati.
Ferrari 162C2 con doppio alettone posteriore - Long Beach 1982 - Credit History Racing Pedia
Negli anni Ottanta, però, i venti cambiano. Nuove strutture, nuove logiche aziendali. Nel 1987 lascia la Ferrari, dopo aver precedentemente abbandonato il reparto corse: è la fine di un’epoca. Lavora ancora nell’automobilismo, porta esperienza e visione altrove, ma il suo nome resta legato a Maranello come una firma incisa sull’alluminio.
Mauro Forghieri non è stato solo un progettista vincente. È stato un interprete di un tempo in cui l’ingegneria aveva il volto sporco di officina e il coraggio delle scelte radicali. Credeva che una macchina da corsa rappresentasse un equilibrio fragile tra intuizione e metodo. Non inseguiva la moda: inseguiva la coerenza tecnica.
Quando si spegne nel 2022, a 87 anni, l’automobilismo perde uno dei suoi artigiani più lucidi. Artigiani, sì: quelli come lui non si facevano fagocitare dal regolamento, perché lo mettevano a disposizione delle loro idee. Ecco perché nelle curve veloci, nel rombo pieno di un dodici cilindri, nell’idea che la tecnica possa essere anche carattere, c’è ancora qualcosa di lui. Perché Forghieri non ha solo costruito automobili: ha costruito un modo di pensare la velocità. E in quel pensiero, rigoroso e visionario insieme, la Ferrari ha trovato alcune delle sue pagine più luminose.
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Foto copertina www.formula1.com