Ci sono paragoni che nascono per comodità, per rassicurare chi osserva da fuori, per dare un senso a un presente che sfugge. Ma poi arriva qualcuno che quell’epoca l’ha vissuta davvero, che ha sentito la macchina vibrare nelle mani, che ha conosciuto il rischio senza filtri. E basta una frase per far crollare l’illusione. Nigel Mansell ascolta il confronto tra l’attuale Formula 1 e l’era turbo degli anni ’80, e il suo rifiuto non è nostalgia: è precisione. È un richiamo alla realtà, a ciò che non si vede, a ciò che oggi pesa più di quanto si voglia ammettere.

Mansell non lascia spazio a interpretazioni. La sua risposta è immediata, quasi istintiva, come se quel paragone lo tradisse nella sua essenza:
«No, no, non l’abbiamo fatto. Se alzavamo il gas e andavamo per inerzia, era come dosare l’acceleratore. Dosare l’acceleratore quando si viaggia nella scia di qualcuno e si decide di non sorpassarlo. Quello è risparmiare carburante e dosare l’acceleratore. È una mossa intelligente. Dover affidare a un computer il controllo della guida dell’auto e la ricarica della batteria, è tutta un’altra cosa. E non abbiamo rallentato da 50 a 70 km/h in entrata nelle curve più veloci. Quindi è un po' azzardato fare quel paragone, devo dire.»
Poi, senza che nessuno glielo chieda, apre una finestra su ciò che lo preoccupa davvero: la sicurezza dei piloti:
«E sai, non che tu me lo abbia chiesto, ma provo un'enorme solidarietà per i piloti. Penso che al momento sia molto pericoloso e in Giappone ne siamo già usciti indenni da un terribile incidente. Quindi è stata fortuna. Avrebbe potuto farsi davvero male. Quindi diciamo semplicemente che non è così grave come sembra.»
Mansell non difende il passato: difende la realtà. E nel farlo, mette a nudo un punto che molti evitano: questa Formula 1 non è più nelle mani dei piloti come un tempo. È un’altra cosa, un altro equilibrio, un altro rischio. Ed è proprio questo che rende quel paragone non solo sbagliato, ma impossibile.
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