Montoya svela il vero segreto di Verstappen: la distanza che gli altri non osano
17/05/2026 10:00:00 Tempo di lettura: 4 minuti

Nel paddock della Formula 1 contemporanea, dove i rapporti tra piloti sembrano sempre più distesi e sociali, Max Verstappen continua a rappresentare un’eccezione evidente. Mentre molti colleghi condividono partite di padel, cene e amicizie che attraversano i confini dei team, l’olandese resta distante, impermeabile, concentrato su un’unica direzione: la vittoria.

Secondo Juan Pablo Montoya, questa distanza non è un dettaglio caratteriale, ma il cuore del suo vantaggio competitivo. È ciò che lo separa dal resto della griglia più della velocità, più della tecnica, più della macchina. Una mentalità spietata, quasi arcaica, che il colombiano riconosce come l’ultimo vero residuo della Formula 1 che lui stesso ha vissuto.

 

La mentalità che non si insegna: ferocia, solitudine, ossessione

Montoya svela il vero segreto di Verstappen: la distanza che gli altri non osano

Intervenendo al podcast Chequered Flag della BBC, Montoya ha tracciato un confine netto tra la sua generazione e quella attuale.
Per lui, la F1 era un’arena, non un ambiente sociale.
«Mi svegliavo pensando a come battere tutti a sangue», racconta. Una frase che restituisce un mondo in cui la competizione non lasciava spazio a legami, rituali condivisi o complicità fuori pista.

Oggi, osserva Montoya, il paddock è cambiato: i piloti si allenano insieme, giocano insieme, cenano insieme.
Una normalità che, secondo lui, attenua l’istinto predatorio che definiva i campioni di un tempo. Ed è proprio qui che Verstappen si distingue. Non partecipa, non si integra, non si lascia addolcire.
«Max è bravo perché non sta al gioco», afferma Montoya.
Non è un giudizio morale, ma un’analisi tecnica: la distanza emotiva diventa lucidità, la lucidità diventa aggressività, l’aggressività diventa vantaggio. Per il colombiano, l’olandese è l’unico a conservare quella mentalità feroce che oggi sembra quasi fuori luogo, ma che continua a fare la differenza quando il semaforo si spegne.

 

L’amicizia non sopravvive alla visiera abbassata

Quando gli viene fatto notare che Verstappen è molto amico di Gabriel Bortoleto, Montoya non si scompone.
Per lui, l’amicizia non ha alcun peso nel momento in cui la competizione diventa reale.

«Se Bortoleto fosse competitivo, su una vettura competitiva, pensi davvero che Max gli farebbe sconti?», domanda con ironia.
E poi affonda:
«Non gli direbbe certo: non ti sbatto contro il muro come faccio con gli altri. Ma dai!».

È un’immagine dura, ma Montoya la usa per chiarire un concetto semplice: Verstappen non guida contro persone, guida contro avversari. E questa separazione — che molti piloti moderni non riescono più a fare — è ciò che lo rende diverso, più affilato, più costante, più temibile.

Per Montoya, il vero punto è che la F1 resta uno sport in cui la solitudine competitiva è un vantaggio. E Verstappen è l’unico ad averlo capito fino in fondo.

 

Montoya non celebra la durezza né critica la nuova generazione: fotografa una realtà. In un paddock sempre più sociale, Verstappen resta un animale da gara. Non cerca appartenenza, non cerca equilibrio, non cerca complicità. 
Cerca il varco, il sorpasso, il colpo. E per Montoya, è proprio questa distanza — scelta, coltivata, difesa — a renderlo diverso da tutti gli altri.

 

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