Il vincitore fu Prost, il capolavoro lo fece Alboreto. Anzi, Michele: una forma di confidenza motivata dall'affetto che ha sempre accompagnato l'ammirazione.
Monte Carlo, maggio 1985.
L’aria del Principato sa di mare e benzina; yacht immobili e motori nervosi. Le stradine come ogni anno sembrano impossibili da interpretare per una monoposto: guardrail vicinissimi, curve cieche, salite che fanno vibrare l'asfalto. Eppure è proprio qui che il Mondiale diventa leggenda.
Il Gran Premio di Monaco del 1985 non è soltanto una corsa. È un teatro sospeso tra lusso e paura, dove ogni pilota guida come se stesse camminando su un filo da equilibristi sopra il Mediterraneo.
La pole position è di Ayrton Senna: giovane, feroce, già capace di piegare la pista con la sola volontà. Ma la domenica di Monaco non perdona nessuno. Alla partenza il traffico è feroce, le monoposto scivolano tra Sainte-Dévote e il Casinò come proiettili colorati. E dietro i grandi nomi, con la sua Ferrari rossa numero 27, c’è Michele Alboreto.
Alboreto non è il pilota più rumoroso del paddock. Non ha l’arroganza dei predestinati né sa essere personaggio costruito per le telecamere. È diverso: concreto, elegante, soprattutto umano. Corre con il talento di chi conosce la fatica e con la sensibilità di chi non dimentica mai che dentro quelle macchine ci sono uomini.
La gara cambia volto giro dopo giro. Monaco è una trappola bellissima: basta un errore e il guardrail ti entra nell'abitacolo. Senna si ritira, altri perdono terreno, e davanti emerge la lucidità di Alain Prost. Ma mentre la McLaren controlla la corsa, Alboreto è un marinaio nella tempesta. La Ferrari non è perfetta; Michele la asseconda con intelligenza, senza sprechi, senza isteria.
Ogni passaggio al tunnel sembra un respiro trattenuto. Ogni frenata alla chicane del porto è una sfida alla fisica. Le ruote sfiorano i muretti con una precisione quasi irreale. E Alboreto resta lì: presente, vivo, tenace.
Il podio di Monaco '85 - Da sinistra De Angelis, Prost, Alboreto
Alla fine vincerà Prost. Michele chiuderà secondo, conquistando punti preziosi nella rincorsa mondiale che, per lunghi mesi del 1985, farà sognare l’Italia ferrarista. Ma il risultato racconta solo una parte della storia.
Perché Monaco ’85 parla soprattutto di atmosfera, di uomini e carattere. E Alboreto, in quell’epoca di giganti, rappresentava qualcosa che oggi sembra raro: la misura. La capacità di essere veloce senza trasformarsi in maschera. Era amatissimo dai tifosi Ferrari perché sembrava uno di loro, solo con un casco addosso e un coraggio fuori misura.
Quando lo vedevi uscire dall’abitacolo, non sembrava un divo irraggiungibile. Sembrava un uomo gentile capitato nel mestiere più pericoloso del mondo.
E forse è proprio questo il motivo per cui il suo ricordo resiste.
Non soltanto per le vittorie, i podi o le domeniche in rosso. Ma perché Michele Alboreto portava in pista una qualità rarissima: l’umanità.
A Monaco, nel 1985, tra il rombo dei turbo e il sole che cadeva sul porto, quella umanità brillò forte quanto il rosso Ferrari.
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