Monza 2006, rettilineo d’amore
04/09/2026 08:35:00 Tempo di lettura: 5 minuti

La domenica mattina Monza ha un rumore diverso.

Non è ancora il ruggito dei motori. È qualcosa di più profondo: un brusio che corre lungo le tribune, il fruscio delle bandiere, migliaia di voci che si sovrappongono sotto il cielo di settembre. Il rosso è dappertutto: magliette, sui cappellini, sulle guance dei bambini. Sulle reti. Sulle tribune. Perfino nell’aria.

E poi c’è quella Ferrari: la numero cinque, va scritto a parole. Davanti a lei, la pista più veloce, più leggendaria, più italiana che esista. Michael Schumacher è in pole position.
Questa volta, però, c’è qualcosa che gli altri anni non c’era.
Un’ombra.
Una specie di spettro che nessuno vuole davvero guardare in faccia.

Monza 2006, rettilineo d’amore

Qualche ora prima, Schumacher ha deciso di parlare. Ha annunciato che quella sarà la sua ultima stagione in Formula Uno con la Ferrari. Il fuoriclasse che per un decennio ha trasformato il Cavallino in una macchina da guerra ha scelto di fermarsi.
Monza lo sa. Forse è proprio per questo che tutto sembra più intenso.

Il semaforo si spegne. La Ferrari proietta se stessa già oltre. 
Davanti, Schumacher, come mille altre volte. Dietro, Kimi Räikkönen.

Il finlandese è giovane, glaciale, velocissimo. È il futuro che arriva senza chiedere permesso. Fernando Alonso, il Campione in carica, è invece lontano, costretto a partire dalle retrovie dopo la penalizzazione subita in qualifica.

Per Schumacher è un’occasione ma al tempo stesso Monza non regala niente.

Alla prima variante le monoposto arrivano come proiettili; all’ultimo istante i freni le paralizzano. Carbonio, gomme, benzina, poi nell’istante successivo uomini lanciati a più di trecento all’ora verso un punto preciso dell’asfalto.

Schumi non trema. La Ferrari assale la prima curva, poi la seconda, quindi Lesmo. Dopo, arriva la Ascari.

Ogni giro è una pennellata, ogni passaggio sul rettilineo è un’esplosione. La folla cresce. Monza non è mai soltanto un Gran Premio. È un rito.
Schumacher persiste, davanti a tutti mentre, dietro, Alonso prova a risalire. La gara si trasforma lentamente in una partita a scacchi giocata a velocità folle. Strategie, pneumatici, pit stop. Cifre che cambiano sui monitor.

La Ferrari. Monza. A ogni passaggio la distanza sembra raccontare la stessa storia: ancora lui, ancora una volta.
Il tedesco che ha imparato a vincere quando vincere sembrava impossibile. L’uomo che ha preso una Ferrari per mano e l’ha riportata sul tetto del mondo. L’uomo che adesso sta correndo come se non volesse concedere alla domenica il diritto di terminare.

Gli ultimi giri arrivano. Il pubblico è in piedi. Le bandiere sono impazzite.

Sui maxischermi compare la Ferrari numero cinque, sempre come una parola. 

Un giro. Poi l’ultimo.

La Parabolica. Schumacher entra, asseconda la curva, le rende onore; apre il gas.

Davanti a lui c’è il rettilineo. Da un certo momento in poi sembra che sia il traguardo ad andare verso la Ferrari, non il contrario. Compare una sposa vestita di rosso.

Per un istante, persino il tempo si fa da parte. La sagoma rossa si fa accarezzare dalla bandiera a scacchi.

Michael Schumacher vince il Gran Premio d’Italia. Monza esplode, ma non è un boato. È un terremoto.

Monza 2006, rettilineo d’amore

Schumacher alza un pugno. Poi, rallenta. La Ferrari torna verso i box col pubblico che non si limita ad acclamare: la scorta. Lui guarda fuori dall’abitacolo come se si sporgesse da un balcone. Le tribune scorrono lentamente davanti al casco rosso.

Forse in quel momento lo capiscono, Schumi e la folla: questa volta è davvero diverso.
Ha vinto ancora, però è l’ultima.

Sul podio c’è Räikkönen, secondo. Alonso è terzo. Il Mondiale, dopo quella giornata, torna improvvisamente a respirare: il distacco tra lo spagnolo e Schumacher si riduce a due punti.

Per qualche minuto, persino il titolo sembra di nuovo possibile, ma la scena più importante non è sul cronometro.

È sul volto di Michael. Sorride. Guarda la folla.
Intorno a lui ci sono milioni di persone che stanno vivendo la stessa contraddizione: festeggiare una vittoria sapendo che stanno assistendo a un addio.

Monza non lo sa ancora, ma sta salutando un’epoca intera. Vent’anni dopo, per un attimo nella memoria, è ancora il 10 settembre 2006. Schumi sta di nuovo vincendo.

Foto copertina f1sport.auto.cz

Foto interna www.statsf1.com

Foto interna www.stern.de

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