Il ritorno della Formula 1 in Africa, dopo oltre trent'anni di assenza, avrebbe dovuto essere una notizia da accogliere con entusiasmo. Eppure, quando pochi giorni fa è stato annunciato l'accordo decennale per organizzare un Gran Premio in Rwanda, abbiamo espresso più di una perplessità. Non per la scelta di riportare il Mondiale in un continente assente dal calendario dal 1993, ma per una Formula 1 che da troppo tempo sembra privilegiare la spettacolarizzazione e gli interessi commerciali rispetto al fascino autentico del motorsport.
Ci eravamo interrogati sui benefici economici per la popolazione, sul rischio di costruire l'ennesima cattedrale nel deserto e sulle accuse di sportswashing avanzate da Amnesty International nei confronti del governo di Kigali. Dubbi ai quali si aggiungono ora le durissime dichiarazioni della ministra degli Esteri della Repubblica Democratica del Congo, Thérèse Kayikwamba Wagner, che ha definito l'accordo «moralmente indifendibile».
In una dichiarazione rilasciata a The Athletic, la ministra ha rivelato di aver messo in guardia Stefano Domenicali e i vertici della Formula 1 già nel febbraio 2025, ben prima dell'annuncio ufficiale.
«La Repubblica Democratica del Congo accoglie con favore il ritorno della Formula 1 in Africa, ma offrire a Paul Kagame questa piattaforma contribuirebbe a ripulire l'immagine di un leader autoritario il cui governo ha contribuito ad alimentare una guerra devastante nel nostro Paese».
Le Nazioni Unite hanno accusato il Rwanda di sostenere il gruppo armato M23, responsabile, secondo Amnesty International, di gravissime violazioni dei diritti umani nell'est del Congo. Kigali ha sempre negato il proprio sostegno ai ribelli, ma gli Stati Uniti hanno adottato sanzioni legate al coinvolgimento ruandese nel conflitto, mentre l'ONU ha chiesto il ritiro delle sue forze dal territorio congolese.
Kayikwamba Wagner ha ricordato le conseguenze di decenni di guerre, che hanno provocato milioni di morti e costretto intere comunità ad abbandonare le proprie case. Ha inoltre denunciato lo sfruttamento illegale delle risorse minerarie congolesi, soprattutto oro e coltan, che secondo le accuse verrebbero trasferite in Rwanda ed esportate, contribuendo ad alimentare economicamente il conflitto.
Da qui una richiesta precisa alla Formula 1: garanzie credibili e indipendenti sull'origine dei finanziamenti destinati al Gran Premio, per escludere qualsiasi collegamento con lo sfruttamento delle risorse congolesi.
Interpellato da The Athletic, un portavoce della Formula 1 ha difeso l'accordo ricordando i benefici economici, sociali e culturali generati dal campionato nei Paesi ospitanti.
«Attraverso questa gara abbiamo l'opportunità di ispirare e trasmettere la passione per la Formula 1 ai nostri oltre 100 milioni di tifosi in Africa e crediamo fermamente che lo sport possa rappresentare una forza positiva».
Il campionato ha inoltre ribadito che organizzatori e partner devono rispettare i propri standard e principi di integrità. Nessuna risposta specifica, però, sui controlli finanziari richiesti dal Congo.
Soltanto pochi giorni fa abbiamo criticato duramente anche la prospettiva di disputare il Gran Premio del Qatar, in un contesto regionale segnato da un conflitto che rende controversa la presenza di un evento sportivo di questa portata. Sosteniamo che la Formula 1 non possa limitarsi a valutare la sicurezza dell'appuntamento, ignorando le implicazioni etiche ed economiche della propria presenza.
Il caso del Rwanda è differente, ma pone una questione altrettanto scomoda: fino a che punto il denaro può orientare le scelte del Mondiale?
Un Gran Premio non è soltanto una gara. È un'enorme operazione promozionale, capace di proiettare davanti a milioni di spettatori un'immagine positiva del Paese ospitante. È proprio questo il meccanismo denunciato da Amnesty International quando parla di sportswashing, ricordando gli investimenti del Rwanda nelle sponsorizzazioni calcistiche internazionali e nell'organizzazione dei Mondiali di ciclismo.
Nessuno mette in discussione il diritto dell'Africa di tornare nel calendario della Formula 1, né le opportunità economiche che un simile investimento potrebbe offrire. Ma quelle opportunità non possono diventare un alibi per ignorare le responsabilità che accompagnano la scelta di un Paese ospitante.
La ministra congolese ha posto una domanda concreta. La Formula 1 dovrebbe rispondere con altrettanta concretezza, anziché limitarsi a celebrare i benefici dello sport.
Foto copertina media.un.org