La Luce e il Campione - Michael Schumacher

La Luce e il Campione

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9826

Ei si nomò: due secoli,
l'un contro l'altro armato,
sommessi a lui si volsero,
come aspettando il fato...

Manzoni, Cinque Maggio

Qual è l'aspetto peggiore del buio? Forse, non vedere le mani protese di tutti quelli che cercano di tirarti di nuovo in mezzo a loro. Come quelle che si agitavano sulla linea del traguardo, quando un sogno mondiale diventava realtà. O quelle che rispondevano al saluto del guanto che usciva dall'abitacolo, durante il giro d'onore. Mani per mimare flussi d'aria, per rendere l'idea di come ottimizzare l'aerodinamica; mani che si aiutano nell'indossare i guanti, da sistemare al millimetro, come ogni altro particolare da non maledire alla fine dei giri. Mani da mettere addosso a Coulthard, con gli occhi spiritati a inseguirlo fino ai box. 


Non ha mani, il buio; forse solo piedi che sgambettano, laddove il pericolo fa sorridere chi seppellisce la morte sotto una scia di gomma morbida. 

Sarebbe il caso di tornare anche soltanto per vedere cosa sia successo al mondo, nel frattempo. Mondo tante volte conquistato, per risultare pure simpatici a tutti. È buffo come il caso, a cui nulla si lascia laddove più rocambolesco potrebbe essere il suo capriccio, possa prendersi la rivincita quando si slacciano le cinture di una vita regolata al millimetro. Se il buio nasconde le mani, la neve nasconde i sassi. Poi arriva sempre qualcuno cui non tornano i conti tra le soglie di rischio e le cose che capitano, tra la vita com'era e come è diventata, tra ciò che è probabile e ciò che succede. È lì che il mondo ripete per trecento volte, trecento come i chilometri orari, che altre trecento volte non sarebbe successo; è allora che si sprecano le parole più inutili e più banali, come tutti i "se" che contano i centimetri a un'uscita di pista, o le gocce di benzina che sono mancate al serbatoio. 

Varrebbe la pena svegliarsi solo per sentire di nuovo l'inno tedesco e quello italiano insieme, come se non ci fossero mai state guerre, odio, follia. Ci avete mai riflettuto? Non c'è stata mai un'altra occasione in cui Italia e Germania siano state orgogliose l'una dell'altra. Come se di folle ci fosse stata sempre e soltanto l'uscita da certi tornanti, la scia di certi sorpassi, impossibili per chi li aveva già giudicati tali un attimo prima. 

Un altro anno vede il crepuscolo, al quarto giro apparente di una pista vuota, di un cronometro che scandisce il niente. E il niente è peggio anche della morte, che almeno restituisce l'uomo a ciò che ha saputo essere, a chi lo ha amato, a chi lo ha detestato. 

La luce non avverte mai, quando arriva. Fa capolino all'improvviso, come un animaletto da sotto la neve, dopo che il tempo sembrava essersi fermato per sempre, negli istanti tutti uguali. E pensare che è la stessa luce che batte sul mare piatto di una quasi estate, a Montecarlo, quando le macchine attraversano il tunnel, nell'unico punto dove il motore può sgranchire i pistoni; quando il pilota ritrova il sole sulla visiera e appiccicati all'asfalto vede gli alberghi, le grandi barche, le scritte colorate ai lati della pista; nel momento stesso in cui gli spettatori vedono le macchine rallentare per un istante e hanno l'illusione di riuscire a distinguerle, di godersi le loro livree, le appendici aerodinamiche; con un battito di cuore in più quando passa una Ferrari. 


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