Lettera numero 27

Lettera numero 27

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/...Ma nella fantasia, ho l'immagine sua
Gli eroi sin tutti giovani e belli...
Gli eroi sin tutti giovani e belli.../

Francesco Guccini

 

Oggi avresti compiuto 68 anni. Saresti un uomo maturo, non ancora anziano; avresti capelli forse più radi, più corti e meno ondulati; la stessa espressione delicata, con soltanto qualche segno in più attorno agli occhi, vicino alla bocca, sempre inclinata in un sorriso delicato e un poco malinconico, come l'accento francofono del Québec. 

La prima cosa a cui viene naturale pensare è il numero dei veicoli - e velivoli - che ancora ti divertiresti a pilotare, a cominciare dal tuo elicottero: parteciperesti forse a gare di durata, a rievocazioni su monoposto d'epoca; ti avrebbero nel frattempo incuriosito i rally o addirittura la motonautica. Guideresti di tutto, come sempre, pur di assicurarti la possibilità di continuare a guidare qualcosa, qualsiasi cosa, come la vecchia Mustang che ti divertivi a sverniciare. C'era solo un lato dell'oceano, all'epoca, e l'Europa era soltanto una terra lontana che cullava il fascino delle grandi corse, più storiche e prestigiose, dalla Mille Miglia alla 24 Ore di Le Mans, passando per i più classici circuiti della Formula Uno. Tra le dita affusolate accarezzavi ritagli di giornale, con la sensibilità con cui sfioravi le razze di qualsiasi volante, sin da quando papà Seville ti affidò il vecchio furgone su una strada solitaria. Avevi nove anni e nessun futuro a cui pensare: solo giochi che avevano sempre le ruote, o che scivolavano sulla neve quasi eterna del tuo Canada; immacolata come i suoi spazi che lo sguardo non riesce mai ad abbracciare del tutto, come i suoi silenzi, rotti dal motore delle tue motoslitte.


Nascere a gennaio nella parte più europea del Nordamerica, quasi con l'obbligo di imparare prima a scivolare che a camminare; forse con una premessa di destino che dovrà compiersi da qualche altra parte, al di là dell'Atlantico; magari in un piccolo centro di provincia diventato così celebre nel mondo da farti pensare a uno scherzo, la prima volta che ti hanno chiamato al telefono, in un inglese corretto dall'accento gioviale, quasi bizzarro. Che il Vecchio con gli occhiali scuri, maiuscolo perché la sua storia non potrebbe essere confusa con nessun'altra, volesse incontrare proprio te, non ti sembrava possibile. Del resto non era possibile nemmeno che un piccolo funambolo, capace di domare una motoslitta come un toro da rodeo, potesse essere adatto per tenere le briglie di un'auto da corsa. Ancora meno probabile che un campione riconosciuto - e di lì a poco mondiale - come James Hunt si ritrovasse a meravigliarsi per il tuo talento su un circuito di Formula Atlantic. E quasi impensabile la Formula Uno, coi suoi campioni blasonati, la sua ristrettissima cerchia di eletti; figurarsi la Ferrari, quell'abitacolo più ambito di un trono, che fa sospirare in sala d'attesa i fuoriclasse più affermati e poi, cortesemente, rifiuta la maggior parte di loro; sdegnosa signora che ha la livrea della passione e un simbolo imbizzarrito, che un tempo era appartenuto a un aviatore: sa essere ironico, il destino. Come il Vecchio, che ti scrutava da dietro le lenti e non ti faceva capire quello che di te aveva già capito da solo, oltre a quello che gli avevano già riferito. 

Forse ti voleva già bene da quel primo incontro; di certo aveva imparato a volertene gara dopo gara, riconoscendo in te un qualcosa di differente, rispetto agli altri piloti: che tu eri anche un "corridore", alla maniera antica; come lo erano quelli che avevano gareggiato con lui. E poi c'era il fascino dell'opposto che ai suoi occhi imperscrutabili incarnavi, tu che macinavi semiassi, arroventavi freni, polverizzavi frizioni: ai suoi tempi, lui aveva già troppo rispetto per la macchina, per le sue componenti, per chiederle di soffrire; tu facevi della macchina il tramite per andare oltre, chiedendole di soffrire con te alla ricerca del limite; non quello stabilito dagli altri ma quello che da solo volevi individuare, a volte trovando terra, barriere e lamiere altrui lungo l'invenzione di una traiettoria. Di alcuni sorpassi è rimasta la scia, nella memoria; è lì che il Vecchio ha visto passare di nuovo un mantovano minuto, dall'aria schiva; è in te che ha rivisto Tazio Nuvolari. 

Non si dovrebbe mai morire a Zolder, in un sabato in cui c'è tutta una gara da inventare, una rivincita da prendersi. Si dovrebbe morire a Monza o a Montecarlo, se proprio si deve. Però a Zolder a un certo punto si incontra la "Curva del bosco", che oltre il reticolato offre un sentiero sconosciuto, nel quale addentrarsi per sentire via via più attutito il frastuono dei motori degli altri e lì, con una faccia da poeta per sempre giovane, ritrovare quei silenzi, riconoscere i sentieri che la motoslitta disegnerà quando sarà arrivata la neve. 

Cos'è, in fondo, la sorte? È un sorpasso persino più azzardato dei tuoi, senza trovarsi di fianco René Arnoux che ti scruta dentro la visiera; una macchina lenta che ti interrompe il giro; una traiettoria che stavolta qualcun altro inventa senza chiederti il permesso.  

Ti chiede scusa, nell'ultimo istante, il dio delle corse: ti soffia via il casco, la maschera bianca di amianto, mentre una tuta bianca taglia di nuovo in due una scena già spezzata. Ti restituisce il viso dolce, la chioma ondulata: per una volta, l'ultima immagine del pilota non sono due pupille che guardano fisso un punto lontano, avvolte da una cornice di scritte.

Finché il Vecchio avrebbe avuto vita, ogni tanto una scintilla fugace si sarebbe specchiata sulle lenti scure, attraversandole: un passaggio, velocissimo, del tuo ricordo. 

All'ingresso di quella curva soffia ancora il vento della nostra malinconia che non può fare a meno, di quando in quando, di accarezzare il sonno degli eroi. 

Villeneuve, il cuore e l'asfalto


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