Dallas '84

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Per chiamarlo circuito, ci voleva tutta la fantasia degli organizzatori, assieme alla luce accecante di un sole insopportabile, che ne smussava gli angoli quasi retti, costretti tra muretti posticci e pile di pneumatici che avrebbero dovuto attutire gli urti, per le uscite di pista nei punti più pericolosi. 

Un nero lombrico d'asfalto aggrovigliato attorno allo stadio Cotton Bowl, all'interno del Fair Park; periferia sud di Dallas, voluminosi copricapo alla texana e striscioline di cuoio al posto delle cravatte. 

Nei punti più delicati il tracciato rilascia briciole a ogni passaggio delle monoposto; chewing-gum masticati troppo in fretta sembrano gli pneumatici, cui la temperatura insopportabile e le frenate secche accorciano la vita e vanificano la tenuta. 

Passerà alla storia, il Gran Premio di Dallas del 1984, non è difficile capire perché; ancora meno difficile è capire perché si correrà solo in quella occasione. Si potrebbe dire che c'è il circuito, in verità giudicato anche stimolante dai piloti, ma manca l'autodromo, visto il modo in cui la pista è stata ricavata dal nulla.


Nelson Piquet, uno a cui la battuta non manca in nessuna occasione, dice che bisognerà capire se cederanno prima le macchine, la pista o i piloti. Questi ultimi devono fronteggiare un nemico, in particolare: il caldo. Ossessivo, annichilente, con l'orizzonte che si squaglia letteralmente davanti agli occhi. Rosberg fa approntare un costosissimo casco autorefrigerante, con un particolare dispositivo posto nella calotta; molti altri piloti fanno applicare sui loro dei fogli di alluminio adesivo, in modo tale da riflettere i raggi del sole. Palliativi. La verità è che ogni abitacolo è un inferno e che la gara rischia fino all'ultimo di essere rinviata, se non annullata definitivamente. Si riflette anche sulla riduzione del numero dei giri, per restare entro il limite delle due ore. 

Quando la gara ha inizio, su un asfalto che in più punti è stato rattoppato nella notte precedente con del cemento a presa rapida, i fuoriclasse della Formula Uno di metà anni ottanta, pure nella fornace texana, danno vita a un gran premio vivace, costellato da uscite di strada, braccetti di sospensioni che si spezzano - come quello di Prost, che urta la sporgenza di un muretto -, gomme che esplodono - come quella del giovane Senna, la cui Toleman urta una barriera ma che ha la fortuna di poter continuare dopo essere riuscito a raggiungere i box -, monoposto che si infilano col musetto nella barriera di gomme e che restano lì incastrate per tutta la gara, come la Renault di Derek Warwick. In mezzo, pezzi di bravura, staccate mirabili, sorpassi e controsorpassi, come accade tra la Williams di Rosberg e la McLaren di Prost, fino a quando il francese resta in corsa. Sullo sfondo, la rimonta, furiosa e furente, della Ferrari di René Arnoux, partito dall'ultima posizione per essere rimasto fermo al giro di ricognizione. 

Com'era cominciato il week end texano della Formula Uno? Con la brillante pole position di Nigel Mansell, che con la Lotus nera e oro, azionata dal propulsore turbo della Renault, era riuscito a inghiottire decimi di secondo lungo traiettorie da inventare, senza memoria storica cui appellarsi per capire come impostarle, su un circuito inedito che forse circuito non è. È il primo, vero acuto del baffuto inglese, ma non è ciò per cui la sua gara texana verrà ricordata. Nell'abitacolo della Lotus scura come la pece, arroventata dal sole che continua ad accanirsi, succede qualcosa che compromette la gara dell'ex poliziotto dell'Isola di Man: il cambio comincia a tradirlo, dopo che la Lotus ha urtato una delle barriere, per poi abbandonarlo definitivamente negli ultimi giri. Non entrano più le marce, gli fugge davanti più di un avversario; è come se non fosse più una gara, è diventata la traversata solitaria del capitano di una specie di vascello fantasma, col motore che guaisce con voce innaturale e la benzina che ormai è fuggita, come gli equipaggi della navi in disgrazia, dai tubi di scarico. Ci si mette anche questa: non c'è più nulla da pescare nel serbatoio. 

Nel frattempo, si prendono il traguardo il vincitore Rosberg, che porta alla vittoria per la prima volta il nuovo motore Honda, un Arnoux da antologia ed Elio De Angelis, costantemente veloce e regolare per tutta la gara. Ma nessuno dei tre che salgono sul podio, paradossalmente, riesce a occupare il centro della scena. Perché quello se l'è preso, in mondovisione, Nigel Mansell, capitano folle di una nave nera dai riflessi oro in avaria: col traguardo che si distingue in lontananza verso un orizzonte ondulato, senza più un respiro di carburante a bordo, scende dalla Lotus e comincia a spingerla, con tutta la forza che gli è rimasta nei muscoli di un corpo disidratato, sfiancato dallo sforzo supplementare richiesto dal guasto meccanico. Quando crolla a terra, svenuto, non è più soltanto un pilota: è un maratoneta dell'era classica, è Ulisse che si proietta oltre le Colonne d'Ercole, è la follia che non tollera la resa.

Quando riprende i sensi, dopo essere stato classificato sesto dietro l'Osella di Ghinzani, forse non ha la lucidità per capirlo subito, ma è un pilota diverso da quello che è stato fino a quel momento: il "mansueto", come lo hanno definito fino a quel giorno, dopo essere svenuto a fianco della sua Lotus si è risvegliato leone d'Inghilterra. 


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