
Il 18 gennaio ricorre un compleanno che, per molti di noi, riapre una stanza precisa della memoria: quella dei ragazzini che eravamo, quando la Formula 1 non era ancora diventata una timeline di statistiche, ma un posto in cui si entrava con gli occhi spalancati. Gilles Villeneuve nasce il 18 gennaio 1950, in Québec.
Gilles è stato questo, per molti. Non soltanto un campione (anche se qualcuno, ancora oggi, si ostina a negargli quel rango con una superficialità che confonde i titoli con la grandezza), ma un eroe. Uno di quelli che ti sembrano invulnerabili finché la vita non ti spiega che non lo sono.
Villeneuve aveva un fisico minuto, un volto quasi “da musicista”, da poeta. E forse è proprio questa la contraddizione che lo rende eterno: la delicatezza dei tratti e la ferocia del gesto. Lo abbiamo visto letteralmente aggrapparsi ai fianchi della Ferrari, come se la monoposto non fosse un mezzo, ma un’estensione del suo corpo. E quando la F1 imboccò la strada del turbo, lui ne fece un manifesto.
Monaco 1981: la Ferrari 126CK turbo, la gara che si sfalda, il caos che elimina metà griglia, e in mezzo a quel labirinto Gilles trova il modo di vincere, restando lucido quando tutto intorno è isteria. Taglia il traguardo davanti ad Alan Jones, unico canadese ad aver vinto nel Principato: una di quelle imprese che non invecchiano.
E poi Jarama, sempre 1981: la “sfilza” di campioni dietro di lui, compressa in poco più di un secondo al traguardo. Quella non è solo difesa: è intelligenza. È la dimostrazione che Gilles non era soltanto istinto e intemperanza. Sapeva essere razionale quando serviva, perché il suo talento non era un interruttore acceso/spento: era una gamma completa.
In carriera sono “solo” sei vittorie. Ma “solo” è una parola che con lui non funziona: non misura l’impatto, non spiega il mito. Monaco e Spagna 1981 sono lì a ricordarci che certe giornate valgono più di una stagione. E nel 1979, accanto a Jody Scheckter, la Ferrari ritrova un Mondiale piloti: Gilles finisce secondo, fedele, dentro una storia che ancora oggi sa di lealtà e rimpianto.
Per questo, il 18 gennaio, io preferisco ricordarlo così: non come “il pilota” da enciclopedia, ma come corridore. Perché dentro quella parola c’è ancora la polvere romantica dell’automobilismo, la ricerca dell’assoluto, l’idea che la velocità possa essere una forma di felicità — persino più della vittoria.
E forse, ogni volta che torna questo giorno, ci rimane addosso lo stesso dubbio di allora: noi non sapremo mai dove vanno a dormire gli eroi.