
Il 19 gennaio 1980, a Frome (Somerset), nasce Jenson Button. E già il suo nome sembra raccontare qualcosa del personaggio: non arriva da un marchio d’auto “di famiglia”, ma da un’amicizia vera, quella tra suo padre e il rallycrossista danese Erling Jensen. Per evitare l’equivoco con la Jensen, cambiarono una lettera. Un dettaglio minuscolo, quasi invisibile. Proprio come la sua guida: pulita, educata, eppure capace di spostare montagne.
Button è stato l’anti-eroe perfetto della Formula 1 moderna: talento precoce, sì, ma soprattutto pazienza. Nel 1998 vince il prestigioso McLaren Autosport BRDC Young Driver Award e si guadagna un test in Formula 1: la corsia preferenziale per i predestinati. Ma la sua carriera non scorre in discesa: debutta con la Williams nel 2000, poi attraversa anni di promesse e ricostruzioni, imparando quella virtù rarissima che in F1 spesso non perdona: saper aspettare senza consumarsi.
Quando finalmente arriva il momento, è una favola che sembra scritta apposta per ricordarci perché ci innamoriamo di questo sport. Nel 2009, con la Brawn GP nata dalle ceneri della Honda, Button parte fortissimo e costruisce il titolo nelle prime gare, trasformando un vantaggio tecnico in una leadership emotiva: calma, lucidità, gestione delle gomme, freddezza quando il vento cambia. Sei vittorie nelle prime sette gare: un avvio che mette in cassaforte un mondiale che, a inizio anno, sembrava un’ipotesi da sognatori.
Poi c’è il Button “da ricordare”, quello che non urla mai ma ti resta addosso. Come Montreal 2011: quattro ore di caos e pioggia, sei Safety Car, una gara interminabile in cui sembra che tutto gli vada storto… finché non diventa perfetto. È il suo manifesto: non serve dominare sempre per essere indimenticabile, basta capire il momento esatto in cui la gara decide di cambiare lingua e parlare solo ai più intelligenti.
A fine carriera i numeri sono solidi, quasi “british” anche loro: 306 partenze, 15 vittorie, 50 podi, 8 pole. Ma il vero lascito di Button è un altro: l’idea che si possa essere campioni senza costruirsi un personaggio addosso. Con la velocità come forma di misura, non di rumore.