
A Kyalami il weekend del GP del Sudafrica partì con un braccio di ferro che sfiorò la cancellazione della gara: la nuova “superlicenza” imposta dalla FISA, con clausole che, secondo i piloti, li avrebbero legati a un team fino a tre anni, togliendo potere contrattuale e libertà nel momento più delicato della carriera: quando devi scegliere il tuo futuro.
La risposta fu collettiva e, per gli standard di un paddock spesso individualista, quasi rivoluzionaria: serrata in hotel, prove disertate, il messaggio lanciato senza filtri. La protesta venne guidata da figure pesanti, tra cui Niki Lauda e i piloti Ferrari Didier Pironi e Gilles Villeneuve, e trasformò un giovedì e un venerdì “da calendario” in una pagina politica di motorsport. Questo il comunicato diffuso dai piloti nella notte tra giovedì e venerdì
“I piloti sono concordi nell’avere una licenza che precisi chiaramente il nome della scuderia di appartenenza, ma vogliono che ciò abbia la validità di un anno e non quella della durata del contratto fra il pilota e la scuderia. Questo per evitare che il team diventi proprietario degli eventuali spostamenti del pilota stesso. Ma considerato che su questo punto la commissione F1 non ha voluto cedere, i piloti, all’unanimità e per la prima volta, dichiarano che non hanno il necessario stato d’animo per prendere parte alle prove di qualificazione ed alla gara, se non si raggiungerà un compromesso soddisfacente”
Si arrivò a un compromesso all’ultimo minuto: la gara si fece, ma la coda fu velenosa. Subito dopo Kyalami, la stretta disciplinare colpì duro (con sanzioni e sospensioni poi ridimensionate in appello), quasi a voler ristabilire l’ordine gerarchico: ricordare a tutti chi firma le regole.
E in pista? Un GP spigoloso, nervoso, “vibrante” in senso letterale: Alain Prost vinse con la Renault nonostante problemi che rendevano difficile perfino leggere la strumentazione, davanti alla Williams di Carlos Reutemann e all’altra Renault di René Arnoux.
Dietro quel podio c’era anche il grande ritorno: Lauda, al rientro dopo due anni, chiuse quarto e Ron Dennis lo celebrò con entusiasmo (“fantastico… così in forma”).
E in mezzo al caos tecnico, Keke Rosberg arrivò quinto con un problema surreale al pomello del cambio che “invadeva” la pedaliera: un dettaglio da anni ’80, quando il coraggio spesso includeva anche convivere con l’imprevisto più assurdo.
C’è un’ultima riga che rende questa data ancora più tagliente: quel secondo posto di Reutemann è ancora oggi (gennaio 2026) l’ultimo podio di un pilota argentino in Formula 1. Un paese che ha dato al mondo Fangio, rimasto per decenni a guardare il podio da lontano.