
Il 26 gennaio 1990, a Guadalajara, nasce Sergio “Checo” Pérez.
Uno che in Formula 1 non è mai arrivato col timbro del predestinato: ci è arrivato con la pazienza. Quella pazienza che a volte sembra un difetto, finché non diventa un marchio. Checo si è portato dietro due attese-record: 190 GP prima della prima vittoria, conquistata a Sakhir 2020 dopo essere finito in coda al gruppo e aver risalito tutto; e la prima pole arrivata dopo una vita, in Arabia Saudita, quando persino il paddock ha avuto l’istinto di applaudire l’ostinazione prima ancora del cronometro.
Poi è arrivata la Red Bull: il posto che ti promette gloria e spesso ti consegna solitudine. Con Verstappen dall’altra parte del box non guidi soltanto: ti misuri ogni domenica con un riferimento interno che divora certezze. Eppure Pérez, lì dentro, ha lasciato cose vere: vittorie (spesso su circuiti cittadini), un ruolo da “scudo” quando serviva, e soprattutto quel 2023 chiuso da vicecampione del mondo — l’ultimo anno in cui, almeno nei numeri, la gerarchia sembrava ancora raccontabile.
Il paradosso è arrivato dopo. A giugno 2024 la Red Bull gli rinnova fino al 2026; a dicembre, chiusura brutale: separazione “con effetto immediato”, con l’ammissione implicita di un crollo (appena nove punti negli ultimi otto weekend) e di una fiducia evaporata nel giro di pochi mesi.
È il tipo di addio che pesa non solo per la decisione, ma per il messaggio: sei indispensabile finché non diventi comodo da sostituire.
E qui entra il dettaglio che rende la storia meno “colpa di Checo” e più “maledizione del sedile”: dopo di lui, nel 2025, la Red Bull prova Liam Lawson… per due gare. Zero a due nei confronti diretti con Verstappen e retrocessione immediata. Poi tocca a Yuki Tsunoda: numeri ancora più duri (1-18 come bilancio gare) e una stagione passata a inseguire un’ombra che non si avvicina mai davvero.
Insomma: non era (solo) Pérez. Era il ruolo. Era la macchina. Era quel confine sottile tra “secondo pilota” e “bersaglio”.
E allora auguri, Checo: perché certe carriere non si misurano solo con i titoli, ma con la capacità di restare in piedi quando ti tolgono la sedia. E perché il secondo atto, nel 2026, promette una rivincita diversa: nuova squadra, nuovo inizio, Cadillac al debutto con lui e Bottas chiamati a dare credibilità al progetto.