
Interlagos, asfalto ruvido e monoposto “ground effect” che rimbalzano come cavalli imbizzarriti: la Formula 1 di inizio anni ’80 era anche questo, una lotta fisica prima ancora che tecnica. In quel Brasile 1980 la Renault sembrava avere in mano la domenica perfetta: Jean-Pierre Jabouille scappa via, detta il ritmo, fa sembrare tutto semplice. Poi la meccanica si prende la scena e lo tradisce, lasciando la corsa senza il suo dominatore.
È lì che René Arnoux fa il salto che cambia una carriera: non “strappa” la vittoria, la costruisce. Va in testa e negli ultimi giri non corre contro gli altri, corre contro l’istinto: gestisce, risparmia gomme, non cade nella trappola di Interlagos che ti invita a forzare sempre un metro più in là. Taglia il traguardo per la sua prima vittoria nel Mondiale davanti a Elio de Angelis e Alan Jones: non è solo un successo personale, è anche un altro tassello nel racconto della Renault turbo che sta imparando a vincere davvero.
E qui il dettaglio su Arnoux, doveroso: Arnoux è stato uno dei grandi “non campioni” della sua epoca, capace di accendersi in qualifica (18 pole) e di portare a casa 7 GP vinti e 22 podi. Nel 1977 aveva vinto l’Europeo di Formula 2, e in F1 ha chiuso terzo nel Mondiale 1983 con la Ferrari.
Ma se chiedi a un tifoso qual è l’immagine di Arnoux, spesso non è un trofeo: è Dijon 1979, quel duello feroce e meraviglioso con Gilles Villeneuve per il secondo posto, ruota a ruota, contatti, sorpassi e contro-sorpassi entrati nella storia.