
Nella galleria degli “dei del volante” ci sono campioni enormi. Ma ogni tanto ne spunta uno che, oltre a essere veloce, ti costringe a guardare più in profondità. Jody Scheckter è così: non solo un iridato, ma un uomo capace di cambiare pelle, in pista e fuori.
All’inizio la sua fama è quella del “piede pesante”: ruvido, irruento, capace di trasformare un primo giro in un campo minato. Silverstone 1973 è l’istantanea più brutale: un suo testacoda innesca un maxi-incidente, auto distrutte e l’unico ferito serio è Andrea de Adamich, che pagherà carissimo quell’episodio.
Poi succede qualcosa che sposta tutto. Nel 1973, a Watkins Glen, muore François Cevert: Scheckter è tra i primi ad arrivare sul posto e da quel momento — lo dirà anche lui — correre non è più “sfidare il mondo”, ma tornare a casa vivo. Nasce la seconda versione di Jody: stessa velocità, ma lucidità nuova.
Quella lucidità lo fa diventare un leader vero: con la Tyrrell vince, con la Wolf si prende vittorie pesanti e credibilità da titolo. Poi arriva Maranello, 1979: la Ferrari gli affida la “pantofola”, brutta da ferma ma bellissima quando vince. La 312 T4 è perfetta per il suo modo di intendere la corsa: non l’istinto puro, ma la somma di scelte giuste. Tre vittorie, tantissimi arrivi, e un Mondiale costruito con metodo, firmato a Monza davanti a un’Italia impazzita.
Accanto c’è Gilles Villeneuve: cuore e furore. Scheckter prova a “farlo ragionare” senza spegnerlo, e la storia li consegna come opposti che si completano. Dopo un 1980 difficile, Scheckter se ne va a 30 anni: non per mancanza di offerte, ma perché il risultato che contava lo aveva già preso.
Il resto è un’altra vita: imprenditore (FATS) e poi agricoltore in Hampshire a Laverstoke Park Farm, tra produzioni bio e la battuta sulla “mozzarella migliore del mondo”. Dentro, anche il dolore: la perdita della figlia Ila nel 2019. Ecco perché resta un totem ferrarista: non solo per ciò che ha vinto, ma per il senso che ha dato al modo di vincere.